Cheerleaders o detrattori?

Sono cresciuta in una famiglia dove non si lodavano molto i propri figli, piuttosto si tessevano le lodi dei figli degli altri, ma guai a dire un “Brava” o “Complimenti” a me o mia sorella. In questo, ed in molto altro, c’è veramente stata la par condicio.

Ciò non significa che siamo cresciute in una casa senza amore ma solo che le conquiste sono state battaglie solitarie. L’analista junghiana che mi ha tirato fuori dal tunnel del parto #2, sostiene che questa era uno delle ragioni per cui ho coltivato maggiormente la mia parte maschile; comportandomi da maschio, protetta da una spessa corazza ho potuto ottenere successi con metodologie non proprio da angelo del focolare.

Ma la mia famiglia, e lo stile di educare i figli senza troppe smancerie e moine da libro Cuore, non sono un’eccezione, la società italiana – nonostante il sempreverde stereotipo della mamma italiana – non tende all’entusiasmo facile, al complimento gratuito, al politicamente corretto.

Douglas invece, è figlio della cultura americana. Ogni risultato corrispondeva ad un successo senza precedenti, un disegno con quattro linee era la massima espressione artistica del suo tempo, ogni decisione la migliore che potesse essere presa.

Queste caratteristiche non cambiano con il passare degli anni e da nonni, i miei suoceri sono esattamente come erano da genitori. Ma neppure loro, sono un’eccezione all’interno della società americana.  

Gli americani, tutti lo sanno, sono competitivi per natura, se devono fare una cosa la vogliono fare meglio di chiunque altro, mio figlio deve camminare prima di quello del vicino, mio figlio non disegna ma dipinge, non emette suoni indistinti ma conversa, a tre anni gioca a calcio come Roberto Baggio e nella danza andrà sicuramente lontano…

Questa sindrome genitoriale da cheerleader ottiene evidentemente risultati notevoli, visto che l’inculcare self confidence e la granitica attitudine alla vittoria già in tenera età, ha prodotto il paese più forte del mondo.

M se su mille figli allevati a suon di cori da stadio e applausi a scena aperta, uno diventa grande, gli altri novecentonovantanove arrivano all’età adulta credendo di avere il mondo ai propri piedi.

E risvegliarsi dal quel sogno, per molti è veramente brutale.

Chi invece gareggia per sé, senza claque alle spalle, prendendo a morsi la propria fetta di gloria, col passare del tempo diventa via via sempre più forte, ma il prezzo da pagare è alto.

Far vivere i propri figli con la prospettiva che il mondo sia un posto da favola dove tutti stenderanno un tappeto rosso al nostro arrivo sembra irrealistico e menzognero; d’altro canto, crescerli senza offrirgli i giusti riconoscimenti rischia di generare esseri cinici e duri.

Come al solito la ricetta sta nel mezzo ma soprattutto nel dare ai figli ciò che a noi è mancato senza tuttavia eccedere; prepararli alla vita -che non fa sconti – con un’ottica positiva credendo in se stessi sicuri che saremo lì a tendergli la mano quando cadranno.

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