Liguria, fatica e splendore

Prima di arrivare in Liguria, a bordo di una Multipla con due bambine sotto i quattro anni e una gatta nera che protestava dentro la gabbia, non conoscevo molto di questa regione, a parte Levanto, dove avevamo deciso di vivere la nostra nuova vita.

L’unica volta che ero stata a Genova risaliva al 20 luglio del 2001, data del tristemente noto G8; e in quell’occasione c’era un po’ troppo fumo e celerini scatenati per potersi godere un tour panoramico della città. Eravamo più impegnati a non beccarci qualche manganellata in testa.

Il Ponente l’avevo solo attraversato in macchina per raggiungere la France, mentre a Portofino ero stata un paio di volte in giornata, nella speranza di avvistare qualche vip in babbucce firmate o starlette anoressiche con pappone al seguito.

Sanremo poi, l’avevo vista solamente di notte, con un gruppo di maschiacci patiti della roulette.

Insomma, non avrei potuto pubblicare una guida turistica sulla Liguria.

Quando decidi di vivere in un posto nuovo, improvvisamente le cose che hai dato per scontato prima, considerate quasi banali, diventano di primaria importanza e si colorano di un fascino tutto nuovo.

Le Cinque Terre ed il suo territorio, sono di una bellezza struggente, da capire fuori stagione lontano dalla bolgia di studenti americani biascicanti un inglese misero o gruppi di giapponesi dalle macchine digitali dell’ultima generazione.

Ieri, in un freddo sabato mattina di gennaio, sotto un cielo grigio e pesante di pieno inverno, abbiamo nuovamente visitato Manarola e Riomaggiore.

Scesi dal treno a Manarola, non c’era quasi anima viva, il paese era immobile nel suo silenzio, unico rumore, qualche goccia di pioggerellina fina che picchiettava sulle giacche a vento. Lungo la Camminata dell’Amore, abbiamo incrociato qualche temerario turista asiatico, e ci siamo persi lungo la via tra aloe giganti, onde che violente si frangevano sotto di noi, e pareti rocciose che parevano statue di legno levigate da mani esperte.

Il mare faceva paura e lo strapiombo ai nostri piedi mi ha fatto sentire piccola piccola, in confronto a questa natura immensa, magnanima eppure capace di feroce distruzione. Solo tre mesi fa, una forza mostruosa di acqua e fango si è portata via Vernazza, la perla della Cinque Terre.

Dopo quasi cinque anni da quando abbiamo comprato il nostro terreno, per ora inutilizzabile, ieri pomeriggio sono finalmente riuscita a raggiungere la cima del monte. Quindici anni fa, il signor Ernesto, il contadino che ci ha venduto il terreno, su quella stessa vetta, dove con grande fascinazione abbiamo ritrovato quasi intatta la casetta in pietra dove teneva le pecore a mangiare, coltivava un vigneto di discrete proporzioni e teneva un orto.

Suo figlio ricorda con nostalgia il momento della vendemmia, gli animali che pascolavano, e la poesia di un luogo nascosto e magico dove un bambino poteva starsene beato a fantasticare. Quando sono ridiscesa alla macchina, le cosce mi dolevano ed ero inzuppata di sudore.  

I contadini di una volta, e quei pochi rimasti tutt’oggi, andavano su e giù da queste montagne, con in spalla sacchi di olive, uva e attrezzi del mestiere. La vita nei campi era dura, di fatica, e anche allora lo stato non offriva quasi nessun incentivo. Eppure si faceva. E quando il primo litro di vino, di olio, o il primo barattolo di passata veniva prodotto, i sacrifici delle loro tribolazioni vedevano la giusta ricompensa.

Noi non diventeremo mai liguri, ma decidere di vivere in mezzo a loro ci permette di non essere visti come turisti della domenica e sporcarsi le mani di terra a schiena curva, ci farà guadagnare il rispetto.

E con gli anni, questo territorio dalla drammatica bellezza, diventerà il luogo che noi chiameremo, casa.

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