Dateci almeno il tempo di un prosecco!

Ho sempre provato un pizzico (facciamo anche una manciata) di subdola soddisfazione quando vedevo i figli di genitori con lavoro full-time, comportarsi come piccoli demoni sfasciando tutto quello che toccavano, manco fossero la versione mignon di Attila flagggello di Dio (da pronunciarsi alla Abatantuono).

Scrollavo le spalle con spocchiosa sufficienza nel guardare genitori troppo occupati dalla loro vita e incapaci di gestire la figliolanza incontrollata, gongolandomi nel fatto che sì, c’è giustizia a questo mondo e che la scelta (un po’ coatta dettata dai famigerati co.co.co) di rimanere a casa a fare la casalinga, alla fine ripagava.

Non avevo però calcolato un piccolissimo effetto collaterale.

Da quando ci siamo trasferiti in Liguria, lasciandoci alle spalle le nebbie e lo smog della Pianura Padana, le nostre figlie non solo godono della mia presenza costante, come dal primo giorno della loro nascita (don’t worry, non hanno diciott’anni), ma di quella del loro adorato padre che, mollando un contratto prestigioso ma precario in una scuola superiore europea, adesso è a casa molto più spesso.

Bisogna dirlo.

E’ una pacchia, alzarsi con mamma e papà.

Tornare dall’asilo (la grande) e giocare con mamma e papà.

Scappa la cacca? Chiamo mamma o papa?

Il problema dell’onnipresenza di mamma e papà, sicuramente preferibile all’assenza di mamma e papà, ha creato una geni-tudine che spesso rasenta la dipendenza, e che sfocia in un’ansia da soffocamento all’incirca intorno alle sei del pomeriggio.

Quando irresistibile, quel bicchierozzo di Prosecchino fresco da frigo ti chiama con voce suadente, e vorresti prendere un permesso non retribuito di un’ora, solo un’ora (e che sarà mai….) ma loro, i tuoi datori di lavoro, non te lo accordano.

Dicono che devi lavorare, che c’è bisogno di te e che a dispetto di quello che si dice, mamy e papy sono insostituibili.

Abbiamo provato con le buone.

Insegnando a leggere l’ora (ok, la grande ha solo 4 anni, ma è molto intelligente, in effetti ha preso tutto dalla mamma), facendogli capire che fin quando la lancetta grande non arrivava al sei, non potevano disturbarci.

Nada.

Abbiamo provato con le cattive.

Costruendo una trincea di sedie e urlando a squarciagola che no, finché non lo dicevamo noi (no, non siamo parenti con Giucas Casella), non potevano scavalcare la trincea.

Nein.

E allora ci siamo bevuti il nostro prosecco con una e una due, sulle gambe e addio indipendenza.

Se pensavate di trovare il manuale della genitorialità perfetta, avete sbagliato blog, qui si fa come si può e si cerca di sopravvivere un giorno dopo l’altro, perché a parole siam tutti bravi.

E poi scopri che i tuoi figli non sono né meglio, né peggio di tanti altri, ma crederli diversi fa tanto bene al nostro ego.

 

 

    

 

 

 

 

    

 

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