Vernazza

Quel che distingue una città colpita da un disastro e una che non lo è stata, sta nell’assenza di quei suoni abituali presenti in una qualsiasi strada di paese: il vocio dei turisti che parlano in lingue sconosciute, un poppante che strilla irritato in braccio alla madre, ragazzini che corrono con gli zaini in spalla, signore che si salutano dai balconi dei palazzi, il rassicurante tram tram di quella musica sempre uguale eppure ogni giorno diversa.

Il rumore di sottofondo a Vernazza sono le ruspe che spostano la terra, i lavoratori che martellano e trivellano, la lenta e costante operosità di uomini silenziosi che ogni tanto guardano fuori dai negozi, devastati dall’alluvione, qualche raro passante spaesato per lo spettacolo intorno.

Due settimane prima dell’alluvione ero a Vernazza coi miei genitori, avevamo pranzato in Via Roma seduti ai tavolini, era un ottobre caldo e soleggiato, e giocato con le bambine tra un piatto di trofie al pesto e muscoli ripieni. Eravamo saliti in cima al Castello Doria e ammirato, ammutoliti, la spettacolare magia dell’incontro tra monti e mare.

Scendendo in stazione, quel che adesso rimane di via Roma è un viottolo spoglio e polveroso, dove un frenetico lavorio ha sostituito orde di turisti a passeggio; l’unico negozio aperto è la farmacia, e sulle assi di legno che sostituiscono le porte divelte, scritte, disegni, schizzi e colori, per stringersi forte e non dimenticare.

Dai monti soprastanti, a ottobre, la terra ha sputato fuori fango, sassi e alberi, travolgendo tutto quel che trovava sulla via, davanti agli occhi inermi dei Vernazzesi che nel panico stentavano a riconoscere il proprio borgo.

Ma così come l’acqua, quel venticinque ottobre, non ha conosciuto arresto, nemmeno la silenziosa opera dell’uomo, tesa nello sforzo di ricostruire la propria identità, si è fermata. E grazie a quella dignitosa fatica, un giorno Vernazza, sebbene con una cicatrice profonda e indelebile, tornerà alla sua bellezza di sempre.   

 

 

  

 

 

    

 

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