Questa mattina ho tolto i soliti pantaloni della tuta grigi, ho indossato un paio di skinny jeans, ho messo gli orecchini che mi piacciono di più, ho salutato la piccola e l’ho lasciata con suo papà, ho portato la grande all’asilo, e ho comprato Vanity Fair.

Ho parcheggiato l’auto in stazione e sono salita sul treno per Vernazza, dove avrei incontrato Daniele Moggia, uno dei fondatori di Vernazza Futura, l’associazione che da mesi si sta impegnando concretamente nella raccolta fondi per gli alluvionati dello scorso ottobre e di portare l’attenzione sulla situazione corrente del paese, duramente colpito.

Il cellulare era scarico e quindi, l’ho spento. Per una volta, ero sola coi miei pensieri.

Perché sentivo un certo disagio quando sono salita sul treno?

Chi soffre di ansia sa bene cosa sia la fase chiamata di “attesa” dove colui che soffre, comincia già qualche giorno prima di un evento, che reputa ansiogeno, a prioiettare timori e aspettative.

Mi sono interrogata a lungo sul perché sentissi quel malessere e su quello che avveniva nel mio cervello dall’attività sempre troppo convulsa.

E ho finalmente capito.

Da cinque anni mi sono chiusa nella torre d’avorio di una vita appagante ma limitante, in una quotidianità vissuta in funzione degli altri, nella fattispecie le mie due figlie – e dei loro bisogni.

Pur cercando, ad intervalli irregolari, di riemergere dal turbinio di una vita da mamma e moglie – le due prerogative a cui si viene associati quando si decide per forza o per amore di rinunciare al posto di lavoro – con uscite con le amiche o qualche ora di relax in un centro benessere, rimane il fatto che ciò che ha definito la mia vita per gli ultimi cinque anni è stato casa e famiglia.

Rinunciando al lavoro, non si lascia solamente una busta paga e la soddisfazione di contribuire economicamente al sostentamento famigliare (chissenefrega se ti dicono che stando a casa si risparmiano i soldi del nido), ma si abbandona la propria individualità di donna con la propria vita, talenti e sfide quotidiane.

Salire su quel treno non era semplicemente una gita di piacere, ma tornare a far parte di un mondo che per cinque anni ho visto  solamente dal salotto di casa mia.

La mia autostima, e pratica sociale, era un po’ arruginita, e questo faceva paura.

Non importa che io abbia vissuto all’estero per conto mio o abbia viaggiato da sola quando ero più giovane, basta poco all’uomo per adattarsi – e adagiarsi – in situazioni diverse e nuove.

Per quasi tutte le donne diventare madre è l’esperienza più forte, devastante, emozionante della propria vita, e in qualche modo essere confinati nelle quattro mura domestiche in un ambiente ovattato e rassicurante può essere invitante.

Ma tornare ad essere padrone della propria vita, anche per qualche ora, ed essere riconosciute e rispettate per la propria identità- senza il riferimento a nessun ruolo sociale, lo è molto di più.

3 thoughts on “Staccarsi dal sè-mamma

  1. Io ho avuto la fortuna di avere mia mamma che accudiva i bambini, quindi ho potuto continuare a lavorare. Però quando uscivo di casa, anche se sapevo che stavano bene, ero comunque preda di enormi sensi di colpa e del rimorso di perdermi la loro giornata e di non potermi gustare sul momento tutte le loro conquiste….per non parlare poi di del periodo estivo, quando il grande (ancora il piccolo non era nato) andava al mare con la nonna e noi restavamo a lavorare. Come la metti la metti, noi mamme riusciamo sempre a rimpiangere le nostre scelte (che però, a volte, sono scelte obbligate…)

  2. Francesca

    Erica che lavoro facevi prima di fare la mamma? Che studi hai fatto? Scrivi bene. Beh, ti racconto questo che può essere un altro punto di vista: io non sono mamma, c’è stato un momento che ho desiderato diventare mamma perché non sopportavo più il mio lavoro e non vedevo via d’uscita. L’età comunque “era giusta” (che scemenza questa!), pensavo di prendermi un paio di anni di “pausa” dal mondo, pausa socialmente ben accettata quella per la maternità e ripensare poi a che svolta dare alla mia carriera lavorativa dopo. A volte anche il lavoro può essere una gabbia infernale, fonte di depressione. Beh, alla fine non ho fatto il figlio per avere l’anno sabbatico socialmente accettato e sto pensando di riorganizzarmi la mia vita lavorativa già da adesso, i figli li vorrei fare in un momento di felicità, penso che debbano essere il frutto di un “surplus” di felicità nella propria vita, da averne così tanta che la puoi donare ad un altro.

    1. Insegnavo italiano agli stranieri e conto di tornare a farlo presto, insieme agli altri progetti in ballo con mio marito dopo il nostro trasferimento in Liguria. Grazie del complimento.
      Non so quando sia il momento giusto per un figlio (come si fa ad essere pronti per qualcosa che non si conosce?) ma so per certo che prima di fare un figlio bisognerebbe trovare il padre giusto ed aver esplorato tanta vita in modo da poter essere sereni quando arriva il piccolo. Che non vuol dire, come dicevo qualche post fa, la fine di tutto, ma certamente l’inizio di uno stravolgimento importante. Sta a noi capire se il cambiamento sarà in meglio o in peggio.
      Un abbraccio!
      Erica

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