G8: giustizia made in Italy

Mi è stato chiesto in questi giorni di raccontare quella che fu la mia esperienza del G8, nelle giornate del 20 e 21 luglio 2001; di solito non scrivo su commissione, ma il caso ha voluto che sia tornata proprio in questi giorni per la prima volta a Genova dopo undici anni.

Certo la città era molto diversa allora…

La sera prima ero in giro per P. con la mia storica amica irlandese – soprannominata dai più ‘la cinghiala‘ – a gozzovigliare e bere fiumi di birra festeggiando il suo ultimo giorno in Italia.

Fu per pura fortuna – o forse una reazione chimica provocata dalle pinte di Guinness tracannate- che la bomboletta spray per capelli di colore rosa, quella notte nel bagno di un pub del centro, non attecchì al mio cuoio cappelluto e mi risparmiò di assomigliare a Kate Winslet in “Se mi lasci ti cancello”.

Si può immaginare la mia faccia, quel mattino in stazione…

K., mi aspettava già ai binari, e il treno puntuale partì da P.

All’interno c’erano ancora parecchi posti liberi, ma via via che il treno regionale fermava nelle stazioni, la gente cominciava a salire; ragazzi, adulti, famiglie, scout, rasta e pankabbestia, c’era un bell’insieme di umanità, tutti erano sorridenti, la sensazione era quella di partecipare ad una grande festa solenne.

Arrivati a Brignole, una telecamera della Rai riprendeva la gente che usciva dalla stazione, ricordo di essermi nascosta  il volto; avevo detto ai miei neo datori di lavoro che quel giorno avevo una visita medica e non era il caso di farmi vedere sorridente a Genova.

Dopo pochi passi, ricordo uno spiazzo dal quale si aveva una buona vista della città dall’alto e la scena che si aprì davanti ai nostri occhi, non era di quelle che ci eravamo immaginati…

Le settimane precedenti al summit, erano state caratterizzate da un clima di grande tensione: il nuovo governo Berlusconi si era appena insediato e aveva dichiarato apertamente che non avrebbe tollerato cortei nella famigerata Zona rossa; i rappresentanti dei vari comitati, Vittorio Agnoletto come portavoce del Genoa Social Forum e Luca Casarini come leader delle Tute Bianche, cercavano più o meno una mediazione.

E’ rimasto famoso l’invito di Berlusconi ai genovesi di non stendere fuori dalle finestre le mutande ad asciugare.

Ci si poteva aspettare qualche tafferuglio, ma quello che vedevamo dalla strada non sembrava il risultato di qualche disordine da stadio, la città stava bruciando davanti a noi.

Che fare? Ci guardammo in faccia e dicemmo:”Va beh, andiamo a vedere da vicino”.

Scesi verso il mare, e cercammo di raggiungere qualche gruppo di manifestanti un po’ più numeroso e dopo cinque minuti ci accorgemmo di  una moltitudine di gente.

“Bene, accodiamoci a loro”.

Ma c’era qualcosa che non quadrava, perché la maggior parte di questi erano vestiti di nero, avevano il volto coperto, i cappelli in testa e stavano spaccando tutto: vetrine, macchine, protezioni in legno (i negozianti avevano utilizzato delle assi per coprire le loro attività). Ricordo che alcuni di loro suonavano a tempo dei tamburi da banda.

No, quello non era il gruppo che volevamo. Quelli erano i Black Bloc, ne avevamo sentito parlare ampiamente prima del G8 in particolare per la loro partecipazione al vertice di Goteborg di giugno.

Staccandoci dal gruppo ci ritrovammo nel centro degli scontri che avveniva verso le due del pomeriggio vicino alla Foce. Macchine incendiate, barricate create con qualsiasi cosa, gente che correva guardandosi indietro e fumogeni che annebbiavano l’aria.

Eravamo finiti dalla padella alla brace, e di braci ce n’erano in abbondanza!

A quell’epoca non avevo ancora il cellulare, quindi mi fermai in una cabina del telefono e tra cassonetti in fumo e grida in sottofondo chiamai i miei genitori a casa, tranquillizzandoli: “Tutto bene, mamma!”.

La gente cominciò a correre verso il mare, anche io e K. ce la demmo a gambe e arrivammo a una grande spianata di fianco al mare, non c’erano vie di fuga. Sulla destra i black blocks distruggevano tutto, sulla sinistra uno schieramento di poliziotti in assetto antisommossa stava avanzando.

E’ strano a dirlo ma in quel momento mi incutevano più paura quegli uomini vestiti con le più nuove ed innovative divise militari.

Ci fu un attimo di calma, non si sapeva bene cosa fare, nessuno voleva prendere l’iniziativa. Poi, qualcuno diede il via e cominciarono a farci passare dall’altra parte dello stradone, e passammo davanti a tre, quattro file di poliziotti.

Non li vidi mai sorridere al di là dei loro scudi ed elmetti, e quando gli passai di fianco avvertii un senso di insicurezza raramente provato prima. Nell’aria non volava una mosca, e quel silenzio surreale era spezzato dal rumore che facevano i polizziotti picchiando duro coi loro manganelli sopra gli scudi.

“Tracutum. Tracutum. Tracutum”. Era un rumore orribile, che gridava alla folla: “Vi schiacchiamo quando vogliamo”.

Raggiungemmo finalmente l’altra parte del corteo, formato da visi sorridenti,  vestiti colorati, scout che cantavano, donne dalle  gonne lunghe, ma ogni tanto si ritornava sempre in qualche carrugio o piazzetta intrappolati da qualche strettoia al centro di alcuni disordini, e dove si respirava a fatica per via degli spray al peperoncino che spruzzava la polizia.

Verso le sei, nel centro di raccolta dove c’erano stand e bancarelle, ci dettero la notizia, che si rimbalzò fino a quando non fu data conferma ufficiale.

In Piazza Alimonda, un ragazzo era stato ucciso. Non si sapeva di più.

E a quel punto capimmo che il gioco non era più divertente, che qualcosa si era rotto, e gli elicotteri, le sirene, il fumo che si alzava da ogni angolo della città ne erano la prova.

Mangiammo patatine fritte di fianco a una famiglia con bambini. Ci preoccupava non sapere dove avremmo passato la notte.

La sera stava scendendo e la cosa migliore era raggiungere lo Stadio Carlini e sperare di trovare altri amici.

Ci incamminamo dopo aver chiesto indicazioni, in direzione dello stadio. Le strade erano deserte e noi eravamo solamente in due. Avevamo sentito storie terribili di manifestanti fermati e picchiati per il gusto di farlo e mai camminata fu più  lunga ed estenuante.

Si camminava in silenzio come bestie braccate, attenti al minimo rumore.

Poi finalmente le luci dello stadio, salvi.

Dentro regnava il caos, c’era in atto un’assemblea pubblica per decidere cosa fare, chi voleva uscire e fare casino picchiando qualche poliziotto, chi più saggiamente diceva di aspettare.

Si decise di aspettare la mattina seguente.

Io e K, ci sistemammo per terra, sopra il cemento, e dividendo un asciugamano alla bell’ e meglio provammo a dormire.

Il mattino seguente, cercai tramite un altoparlante di cui si servivano tutti per cercare persone disperse, un altro mio amico che sapevo era lì.

E., e i ragazzi di Ya Basta ci raggiunsero e ci informarono di chi mancava all’appello del loro gruppo. Un ragazzo, il fotografo, era sparito durante gli scontri e non si avevano più notizie.

La gente si stava svegliando, e in molti si stavano preparando. Sembrava di essere al di fuori di un’arena. La gente si vestiva con paraginocchia, paragomiti e gommapiuma. Ricordo di aver visto O’Zulù, il cantante dei 99 posse, che vestito di nero sembrava pronto per la lotta.

Se ci fosse stato uno scontro, con i miei pantaloncini corti e la mia t-shirt, non avrei fatto tanta strada.

Il corteo cominciò e così anche la caccia al topo.

Fintanto che eravamo in tanti, e il cordone di sicurezza costituito dai volontari compatto, non ci furono problemi. Poi però tutto divenne confuso, i lacrimogeni più avanti erano un segno che qualcosa in testa al corteo stava succedendo.

Alcuni genovesi affacciati alla finestra ci salutavano, applaudivano e buttavano giù un po’d’acqua per rinfrescarci.

A un tratto il corteo si divise e la gente cominciò a correre verso parti diverse. Noi scegliemmo una strada, altri un’altra; ci dividemmo un po’ prima di una  galleria, e da quello che seppi dopo, gli altri furono caricati dalla polizia.

Ci ritrovammo sopra delle ripide scalinate, tra vicoli stretti e angusti, ma in qualche modo ci salvammo.

La guerriglia sarebbe continuata tutto il giorno per lasciare spazio alle irruzioni alla Diaz e Bolzaneto.

Riuscimmo a raggiungere Brignole che era già sera, i treni erano tutti soppressi o rallentati, nessuno sapeva niente. Saliti sul treno dopo un’ora ci dissero di scendere, e intanto fuori continuava il viavai di blindati e pattuglie.  

Avevamo sentito da una radiolina che c’era stata l’irruzione della polizia alla Diaz, e ci stavamo cacando sotto. Eravamo a un passo dalla libertà eppure ancora intrappolati in quella maledetta città.

E se fossero arrivati anche in stazione?

Poi un treno arrivò, e ci portò tutti a casa.

Undici anni dopo, i protagonisti e i colpevoli di quello che successe, sono stati prosciolti e i procedimenti a loro carico archiviati. Tutti sanno, compreso la magistratura e la polizia stessi, quello che avvenne ma preferirono seguire la via più semplice.

Quella della giustizia made in italy.

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