Quando ero alle superiori, mi sono presa una di quelle cotte che si ricordano ancora dopo molti anni. Lui era un anno più grande di me, belloccio ma senza essere strafigo e con quell’impacciataggine che piace tanto alle teenagers.

Naturalmente non mi filava neanche di striscio.

Ma io per due anni ho inventato fotoromanzi dentro la mia testa, mi appostavo davanti a casa sua, mi scioglievo ogni volta che passava davanti alla macchinetta del caffè, interpretando ogni suo impercettibile movimento del viso.

Qualche anno dopo essere uscita da questo tunnel masochista, una sera squilla il telefono.

Mio padre mi passa la cornetta. “E’ Manuel”.

I miei sensi si affinano al solo sentir pronunciare quel nome. Lui è l’unico che conosco a chiamarsi così.

Si parla del più e del meno, poi mi chiede di uscire.

Grande è la titubanza, tirarmela per fargli pagare i due anni di sofferenze inaudite o testare finalmente il prodotto?

Opto per la seconda, e decidiamo di sentirci dopo due giorni per metterci d’accordo su dove vederci.

Manuel non chiamerà più.

Sebbene la similitudine non sia propriamente la stessa (non aspetto da anni di andare in televisione), provate a immaginare questo.

Dopo cinque anni di disoccupazione semi-forzata, siete al vostro primo giorno di lavoro. Avete una classe di ragazzi che arrivano da P., per essere accompagnati due giorni in giro per le Cinque Terre. E’ una gita che avete programmato in ogni dettaglio per più di sei mesi, siete passati attraverso Consigli d’Istituto, bandi di concorso e alla fine avete vinto l’appalto. Ora, questi sedicenni in stato di sconvolgimento ormonale, sono davanti a voi.

Squilla il telefono di Doug, l’altra guida.

“E’ per te”. Mi dice. “E’ un giornalista di Rai tre.”

“Eh? Cosa?” Doug asserisce con la testa e passa il cellulare nelle mie mani.

Blank. In quel momento non capisco più niente, Riomaggiore, la gita, i ragazzi, perdo ogni riferimento esterno.

Impreco nella mia testa sull’assurdità della situazione. In quattro anni non è mai successo nulla mentre adesso, nella stessa giornata, mi ritrovo tra le mani la Rai e un manipolo di ragazzi scatenati.

E’ come quando accendi la televisione, sapendo che come sempre non ci sarà nulla da guardare e invece, scopri due super filmoni che non vuoi perderti alla stessa ora…

Comincia una serie di domande ed una ben maggiore serie di eloquentissime risposte. Lui scrive, io parlo.

Fin quando non se ne esce con la fatidica domanda: “Possiamo venire ad intervistarti?”

Salivazione azzerata.

“Beh, fammi pensare. Tu non sai il casino in cui sono adesso. Ho venticinque ragazzi da portare in giro e bla bla bla. Chiamami stasera alle nove, ok?”

“Va bene. A più tardi”.

Dopo sei giorni, quella chiamata non è ancora arrivata.

Qualcuno ha detto che avrei dovuto accettare subito, e forse ha anche ragione, perché evidentemente, nel 2012 in Italia se uno ha la possibilità di andare in televisione, senza nemmeno averlo implorato, dovrebbe andarci di corsa, sulle ginocchia a modi via crucis.

O forse, scavando un po’ dentro al blog, il giornalista – o pseudo tale – ha capito che non ero abbastanza casalinga per la sua trasmissione. 

Se dici ‘casalinga’ non ti viene in mente Belen Rodriguez e la sua farfallina inguinale. Se dici casalinga, non pensi alla super gnocca che spovera con tacco dodici e grembiulino in pizzo, ma una tarchiatona con baffetto e pelo incolto, non troppo istruita e teledipendente. (Mi si scusi l’iper generalizzzione, s’il vous plaît).

E quando i signori della televisione scoprono che la casalinga non solo non parla di come sistemare l’orlo dei pantaloni, o come inamidare il collo delle camicie (io non stiro neanche più) bensì … pensa, beh allora bisogna trovare un altro soggetto al fine di perpetuare lo stereotipo della massaia italiana.

Forse in televisione non ci andrò mai, ma la libertà di scrivere quel che voglio, senza condizionamenti, non me la potrà togliere, né dare, nemmeno Rupert Murdoch.

4 thoughts on “Un giornalista al telefono…

  1. succede spesso anche a me,
    come te sono casalinga e quando mi parlano si aspettano argomentazioni fatte di cucina, detersivi e varie, poi scoprono che la mente pensa, che dietro c’è altro, ma sai che ci restano male!!! 🙂

    1. già…gli smontiamo lo stereotipo della casalinga baffuta, sovrappeso e teledipendente! E rimangono spiazzati!
      a presto.
      erica

  2. la fede

    ….e brava erica! Ti ricordo tosta e mi fa piacere notare che lo sei rimasta
    Che bel blog cara la mia casalinga…anche io lo sono diventata e va beh, ti raccontero’ di piu’ se mi riconosci!!!!! Ah ahah
    fedecle

    1. Certo che ti ho riconosciuta! Dalle ultime sapevo che eri in Malesia….ma chissà quante cose sono cambiate da allora. Io vivo in Liguria, e sto cercando di liberarmi da questa “etichetta” di casalinga che come dire…è bella ma a tempo determinato!
      Per il resto, scrivo! Chissà cosa salterà fuori.
      Un abbraccio, in memoria di quei folli tempi con la cuffietta in testa a rispondere tutto il giorno e che a volte, a ripensarci, mi fanno tanta tenerezza….
      Erica

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