Vita da casalinga: addio!

Diciamoci la verità. Questa banale, innocua, frusta parola mi è sempre stata stretta. Provavo nel pronunciarla un inspiegabile, remoto disagio, che covava implacabile tra le pieghe di quelle nove lettere: casalinga.

Dietro una parola, si possono nascondere mondi, preconcetti, aspirazioni e frustrazioni di una società e della sua gente.

Mi sono chiesta tante volte: perché non amare questo vocabolo? Perché non poter semplicemente associare la parola ‘casalinga’ ad altre equiparabili, come impiegata? O cassiera? O commessa?

Ci sono tre ragioni per detestare queste nove lettere, figlie di tre cliché che rendono lo spontaneo moto di prurito e insofferenza plausibile.

Dal “Dizionario della società italiana

Alla voce: casalinga.

Esteticamente non attraente. Intellettualmente limitata. Socialmente ai margini”.

Quando ho iniziato l’avventura da casalinga, non mi vedevo ancora come tale, piuttosto una mamma impaurita, inesperta e insicura alle prese col primo figlio. Notti insonni, pannolini, tette da vacca da latte, non mi risparmiavano tempo per riflettere sulle sfumature della società.

Al secondo giro di giostra, dove di avventuroso c’era rimasto ben poco, il prezzo del biglietto è sembrato improvvisamente troppo alto.

Dal mio ultimo giorno di lavoro, un mattino di dicembre – in una classe silenziosa tra donne nigeriane con poca voglia di studiare l’italiano – , sono passati quasi cinque anni.

Cinque anni è un tempo ragionevolmente lungo per capire se un dato tipo di vita è giusto per te, se l’ordinaria monotonia – comune a qualsiasi lavoro -, coi suoi ritmi e tempi scanditi al minuto, può essere la risposta a meno scontati dubbi esistenziali.

Se fare la casalinga era un progetto di vita, in questo ho fallito.

Quel che da altrui sentenze avrebbe dovuto essere un privilegio raro, una splendida opportunità di vita, un’impagabile esperienza di crescita, si era trasformato in un gabbia.  

Eppure mi dicevo: “Hai fatto tutti i tipi di lavoro possibili. Hai raccolto cipolle, servito mojitos, portato tegami di paella incandescenti sulla testa, accompagnato bambini su uno scuolabus vestita in  catarifrangenti, hai accompagnato gruppi di turisti, fatto turni in fabbrica, lavorato alla mercé di napoletani in odore di mobbing, venduto viaggi…potrai fare anche la casalinga.”

Credevo di essere una di quelle poche persone capaci di fare un po’ tutto, non troppo talentuose, ma malleabili alle diverse situazioni, eppure questo Vostro Onore, è qualcosa che non rientra nelle mie corde.

E così, dopo quasi cinque anni, in punta di piedi, senza troppi clamori, la casalinga in prestito ha lasciato la sua tuta sformata e l’imperitura t-shirt bianca e ha ricominciato a navigare nelle acque, ancor basse, del temibile oceano lavorativo.

Quel che conta però è seguire il proprio naso, che di solito è in contatto diretto con quella cosa che pulsa un poco più in basso. Comprenderne le tracce, cadendo e rialzandosi, sbagliando e sbattendo contro quei muri – che di solito coincidono con le aspettative viziate degli altri -, per poi proseguire il cammino.

Fin a quando ci si ritrova sulla strada giusta.

 

 

One thought on “Vita da casalinga: addio!

  1. fedecle

    ….in bocca al lupo allora!! Io aspetto ancora un pochino e poi provero’ ad appendere il tutone (…il bigodino non lo tolgo perche’ mai messo!!)

Leave a Comment