L’uomo nero

Qualche sera fa metto a letto le bimbe. Lasciando loro la luce accesa, leggono libri, chiacchierano, si insultano, gridano o ci chiamano con le più futili scuse: “Mamma, è caduto Bubu dal letto!”, oppure “Mamma, la Sofia mi sputa”.  Dopo qualche minuto di baccano, non sento più nulla.

Saranno crollate dal sonno, penso cominciando a pregustare la serata kids-free.

Decido di fare un giretto sui terrazzamenti e controllare se sono rimaste delle ciliegie sugli agli alberi, subito dopo innaffio le piante per rinfrescarle dalla calura di un altro giorno infuocato, e poi mi dirigo in camera loro per spegnere la luce e monitorare se tutto è ok.

La porta della cameretta è chiusa.

Davanti alla porta, sistemati di guardia come due sentinelle, ci sono Bubu e Teddy. Strano, penso meravigliata, la Julia non dorme mai senza di loro…

Entro in camera: a sinistra Sofia dorme pacifica, a destra, il letto della Julia è vuoto.

Presente come nelle scene viste in diecimila film americani, dove la madre solleva le lenzuola e non vi trova il figlio addormentato sotto?

Stesso copione.

Il cervello dovrebbe ragionare su dati certi, realistici ma la mente non segue quella logica e comincia a lavorare frenetica.

Chiamo Doug e gli dico che Julia non è nel suo letto; rassicurante, mi dice di guardare in camera nostra. Faccio le scale al volo, ma da noi non c’è. Torno giù e cerco sotto il letto, nell’armadio, in bagno, nella casetta. Niente.

In un attimo, ricordo di aver aperto poco prima il cancello d’entrata, perché stiamo aspettando dei nostri amici da P. Una sensazione di gelo mi scorre tra le scapole, chiunque potrebbe essere salito mentre noi eravamo su a controllare quelle fottutissime ciliegie.

Anche Doug adesso cerca forsennatamente, lo vedo dai gesti che fa, sono convulsi e rapidissimi.

Mi metto a urlare a squarciagola il nome di mia figlia, una, due, cinque volte.

Alla fine, una vocina tremula, insicura, colpevole, spunta da uno dei poggi. E’ là. In mutande con le crocs ai piedi, ferma immobile.

Attacco il pendio manco fossi Messner perdendo le ciabatte nella foga, me ne frego, a quel punto potrei lottare contro un leone.

L’afferro e le mollo la prima sberla in faccia della sua vita.

Certo, col senno di poi, è un gioco da ragazzi affermare che le probabilità che fosse scomparsa erano  pari a zero, ma chi è quel genitore capace di mantenere la calma in un momento del genere?

L’elemento più destabilizzante è realizzare di non avere, in ogni circostanza, il controllo sui nostri figli e questo fa paura, toglie certezze.

Per la prima volta, mi sono domandata se, e quando, bisogna cominciare ad instradare i bimbi, – sottraendogli forse in parte la loro innocenza – verso concetti come il pericolo, lo stare in guardia, il sospetto del prossimo.

Da bambina, per farmi dormire, mio padre mi raccontava che se non stavo brava arrivava “il baffo” e mi avrebbe portato via; nelle nostre montagne ci si doveva guardare dall’uomo nero, in America c’è il Boogie man, ed in ogni parte del mondo vi è un equivalente.

Mentre parlavo a Julia, cercando di spiegarle perché ero così in pena, non sono riuscita a frenarmi nel raccontarle la storia del “baffo”, le parole uscivano libere da un cassetto chiuso da tempo, ma mai dimenticato.

Nel presentarle il “baffo” mi auguro di non aver cominciato a rubare un piccolo pezzo della sua purezza, ma se così fosse, spero di averle regalato la capacità di distinguere nell’aria l’uomo buono dall’uomo cattivo.

 

 

 

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