Anniversario di matrimonio

I matrimoni, a detta anche di un nostro amico fotografo – che una o due cerimonie ne ha viste in vita sua – si assomigliano un po’ tutti.

La cerimonia in chiesa o in comune, le interminabili foto in posa in angoli suggestivi della campagna o in città, gli invitati che aspettano gli sposi al ristorante o in agritursimo e che cominciano a scolarsi bicchieri di prosecco come se piovesse, l’antipasto a buffet, i primi e secondi ai tavoli, e un pianista che fa musica di sottofondo. Se si è fortunati, si può fare quattro salti a fine serata sciogliendo un po’ l’atmosfera ingessata.

Cinque anni fa sono stata al matrimonio più bello, a memoria d’uomo. 

Gli sposi non volevano una festa di nozze dove gli invitati venivano relegati ai tavoli per essere salutati durante l’arco della giornata da marito e moglie ormai distrutti. Volevano una grande festa campestre e corale, dove la gente si sentisse a proprio agio, dove gli invitati non dovevano spendere decine di euro per comprare il vestito da cerimonia, senza bomboniere né inviti in carta pregiata, né incontri col ristoratore per decidere il menù e la lista dei vini.

Volevano una festa dove si potesse fare del gran casino.

Fortuna volle che la famiglia della sposa avesse a disposizione un giardino da mettere a disposizione, fu questione di un attimo e la location era stata decisa.

Poi ci mise lo zampino anche il padre della sposa, che capito al volo le esigenze della figlia, chiamò uno stuolo di bidelli, trasformati per l’occasione – ancor meglio che la Fata Smemorina – in abili camerieri e baristi.

Per il cibo si andò sul tradizionale, seguendo un concetto semplice e chiaro: poca varietà ma tanta quantità. Una forma di parmigiano reggiano accompagnato da Bellini come antipasto, torta fritta e salumi (gentilmente sponsorizzati da un circolo a.r.c.i. cittadino che si piazzò al centro del giardino e cominciò a friggere a bomba), grigliata di carne, insalata e frutta di stagione. Al posto della solita torta a trentadue piani, una bella crostata con tutta la frutta del mondo.

Lambrusco e digestivi fatti in casa a volontà furono la spinta finale per accendere la miccia.

Gli invitati – e autoinvitati (ebbene sì, alcuni la presero con lo spirito di Festa dell’Unità) – si sentivano a casa loro, giravano scalzi per casa e le grida si facevano via via sempre più rumorose, in proporzione ai bicchieri consumati.

The crowd, era più mista che mai: americani con vestiti floreali alquanto improponibili, svedesi, giapponesi, tedeschi e uno stuolo di africani da far invidia a tutti gli altri, con abiti tradizionali e turbanti sulla testa.

Prima della torta, il padre della sposa cominciò a cantare insieme alla sua band di musicisti blues, e sulle prime note di “Wonderful tonight” di Eric Clapton, alcuni non riuscirono a nascondere qualche lacrima, che fu però presto cancellata da una performance improvvisata – e il risultato era palese agli occhi di tutti – dei consuoceri che cantarono – o meglio storpiarono – “That’s amore” di Dean Martin.

Che successo però!

Appena dopo la torta, prese la parola Mensiour  Le President, direttamente dal Camerun, che dopo una breve presentazione, fece partire due canzoni interminabili di Petit Pais, uno dei cantanti più famosi del suo paese.

E il delirio esplose.

Africane accucciate a suon di makossa, africani e italiani avvinghiati in ritmi tribali, e poi mani alzate, sudore, sorrisi a cinquantacinque denti, bottigliette di limoncino tra le mani.

Non ancora stanchi di musica e balli, arrivò anche il d.j., sul punto di dare forfait – ma poi la sposa avrebbe dovuto ucciderlo con le cinque mosse di Kill Bill –, e la gente tirò fuori quel poco di energia ancora in corpo – anche certi insospettabili come il padre dello sposo – e ballò alcuni memorabili classici anni ’70 e ’80.

La festa finì, e la sposa – che in tutta la giornata aveva semplicemente bevuto – si azzannò un piatto di salame e prosciutto e col suo sposo nuovo di zecca se ne tornò a casa, ma non per dormire su un comodo letto matrimoniale cosparso di petali di rose bensì sul divano perché il loro letto era occupato dal testimone.

Il giorno dopo, la testa faceva uno strano “tam tam”, ma poco importava, e se a distanza di cinque anni la gente ancora parla di quella festa, vuol dire che fu davvero un successo.

“Buon anniversario” a quello sposo che ha ancora la pazienza di sopportare quella sposa scalza e ballerina.

Leave a Comment