Un giorno in questura Vol. 3

Presi da un compulsivo istinto masochista, domenica mattina siamo saliti in macchina sfidando gli artigli di Caronte ( si accettano toto scommesse, dopo Scipione e Caronte, io voto per Mangiafuoco) siamo tornati a P., per vedere con amici la ormai nota e struggente partita della nazionale agli Europei di calcio.

In fondo, congetturiamo ottimisti, prenderemo due piccioni con una fava: guarderemo in compagnia la finale di Kiev e la mattina successiva, prima di tornare a casa, Doug passerà in questura a ritirare la troppe volte sospirata carta di soggiorno (per i nuovi arrivati, si prega di leggere Un giorno in questura Vol. 1 e Vol. 2).

Distrutto dall’aria condizionata e dall’incursione della grande nel nostro letto (la maledizione dei rientri a P.), Doug si alza alle sei e mezza e arriva in questura alle 7, onde evitare di essere rimbeccato come l’ultima volta e rispedito al mittente con infamia.

Dopo la canonica ora di fila, spinte, grida, insulti e gente che cerca di imbucarsi di soppiatto tra la folla del piazzale antistante l’ingresso, si schiudono i cancelli degli Inferi, e Caronte – coi suoi trenta gradi all’ombra -, è già pronto a traghettare le anime perse.

I funzionari all’ingresso hanno il compito di smistare la gente in arrivo: c’è chi viene rimbalzato a casa per mancanza di documenti, chifornito di numero, chi fatto passare per previo appuntamento.

Arriva il turno di Doug.

“Buongiorno, devo ritirare il rinnovo della carta di soggiorno.”

“Passaporto, prego”.

“Non ce l’ho. Non mi è stato detto di portarlo. Se vuole, ho tutti gli altri documenti rilasciati dallo Stato Italiano con me”

“Noi siamo all’Ufficio Immigrazione, e lavoriamo solo con il passaporto”.

L’americano con gli occhi di ghiaccio, questa volta non ci sta.

Gli era stato detto di andare a ritirare il suo rinnovo a qualsiasi ora, ma l’hanno rispedito a casa perché arrivato dopo le otto, ha provato a telefonare per sapere se era pronto, ma gli hanno risposto che per la carta di soggirono non rilasciano “queste informazioni”, gli avevano detto che avrebbe ricevuto un sms dopo sei/otto settimane dalla compilazione della pratica, ma nessuno gli ha mai scritto.

Ora è stufo.

Saluta l’impiegata e va dritto verso il funzionario che gli ha compilato la richiesta di rinnovo: questi, accortosi subito di aver fatto uno sbaglio nella compilazione del modulo (omettendo un timbro che in apparenza era fondamentale apporre) trasforma la negligenza in condiscendenza.

“Aspetta un momento. Torna fuori che cerchiamo il tuo fascicolo”.

Ci sono speranze. Doug torna fuori a farsi due chiacchiere con Caronte, e aspetta.

In un’ora, ne conosce vita, morte e miracoli.

Lo richiamano dentro.

“Eccolo qui. Non è pronto”.

“Lo potete completare adesso?”

“No.”

“Ma mi era stato detto che dopo due mesi – (ne sono passati quasi quattro) se non avessi ricevuto l’ sms, sarei potuto venire qui e me l’avreste compilato sul momento”.

“E’ vero. Ma siamo senza personale”.

“Quindi niente? Devo tornare?”

“Sì”.

Doug è un privilegiato – o per lo meno dovrebbe esserlo – in quanto sposato a cittadina italiana, tuttavia in questi giorni non gli sembra di appartenere a quella categoria.

Chi richiede il permesso di soggiorno ha la possibilità di far domanda per posta, e una volta inviato il materiale può fissare un appuntamento in questura, mentre i vincitori della carta di soggiorno devo presentarsi a random sperando nella buona sorte – o buona luna – degli attendenti, a seconda dei casi.

“Ascolta, perché non fai domanda della carta di soggiorno permanente?”

“Sarebbe?”

“E’ un documento che -per chi possiede un permesso di soggiorno da almeno cinque anni –  dà diritto a non dover più rinnovare.”

“Uhm…Tanto ho fatto richiesta per la cittadinanza italiana”.

“Eh! Figuriamoci, chissà quando sarà pronta quella.”

“Mi hanno detto quattro anni”.

La faccia del funzionario sembra dire tutto, ma non proferisce parola.

“Senti, ti garantisco io la carta di soggiorno permanente. Però devi venire entro il diciotto luglio che poi vado in ferie”.

E anche oggi, si torna a casa a mani vuote, dopo tre ore – che sembrano anni – all’ufficio immigrazione.

Certo, c’è chi sta peggio.

Un africano continua a parlare in un italiano smozzicato alla funzionaria che irremovibile non sente ragioni. Lui non si schioda, urla, ma nulla può cambiare.

Il funzionario dice che garantirà lui sulla buona riuscita, ma prima di lui altri, con troppa leggerezza hanno rilasciato informazioni imprecise o errate.

Ci si potrà fidare questa volta?

Questo non ci è dato sapere.

Quel che è certo, è che ci sarà un altro giorno in questura.

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