L’anima nera dell’America

“Che paese di merda.”

E’ stato questo il primo commento di mio marito, americano trapiantato in Italia da oltre dieci anni e in attesa di cittadinanza, dopo aver letto della strage di qualche giorno fa nella periferia di Denver. Un giovane di 24 anni, è entrato nella sala di un cinema dove proiettavano la prima dell’ultimo capitolo della saga di Batman e – vestito con casco, occhiali scuri e maschera antigas tanto da evocare il personaggio “cattivo” del film – ha aperto il fuoco sul pubblico inerme. Dodici le vittime e settanta i feriti.

La realtà, anche questa volta, ha superato la finzione.

Sono troppi, negli ultimi decenni, gli episodi di stragi di massa per mezzo di armi da fuoco impugnate da un singolo, per far credere a semplici coincidenze.

E allora perché, la nazione fautrice del sogno americano, traguardo di ricercatori, scienziati, semplici lavoratori per garantirsi un nuovo inizio o una brillante carriera, mito dei teenagers di tutto il mondo, è capace di trasformarsi in un mostro tanto vorace quanto spietato?

Partiamo da un assunto senza il quale non si può capire nulla.

L’America è un paese violento, lo è nell’anima.

Mio marito, si è sempre stupito di non aver mai visto una rissa da quando vive in Italia (nonostante il tasso alcolico fosse indiscutibilmente alto durante i fine settimana), e a parte qualche spintone – più per spettacolo che intenzione – nessuno parte per colpire duro e fare male.

Con le dovute eccezioni nelle aree depresse delle grandi città e al sud, si può affermare che gli italiani non sono un popolo aggressivo.

La stessa esistenza dello stato americano si basa su un desiderio di conquista portato a termine mediante una colonizzazione sanguinosa a danno dei nativi e ad una cruenta guerra civile.

Se prendiamo dunque per vero quello che Jung sostenne e cioè che esiste un inconscio collettivo condiviso derivante dalle passate generazioni, allora anche un americano nato negli anni 2000 avrà insito nella sua psiche quegli ancestrali istinti di possesso e predominio.

Un altro fattore determinante per capire l’America è costituito dal concetto di famiglia.

Gli americani sono soli.

In America, non esiste il valore della famiglia ( per lo meno non come lo intendiamo noi) ma se per questo neanche dell’amicizia in senso stretto; esistono conoscenze che possono diventare più o meno assidue, ma concepire un rapporto profondo e paritario in cui mettere a nudo le proprie insicurezze e sul quale contare in un momento di difficoltà, è raro.

Avere bisogno di qualcuno  (sia questo un famigliare o un amico) è giudicato come un atto di debolezza. E gli americani sono, per antonomasia, forti, tanto forti che le statistiche di assunzione di psicofarmaci in America fanno spavento.

I diciotto anni demarcano la linea di confine oltre la quale i genitori perdono i propri figli: a parte qualche giorno per Natale o in estate, la famiglia non torna più a vivere sotto lo stesso tetto e di fatto i rapporti famigliari finiscono per sgretolarsi, logorandosi nel tempo. Non ho mai conosciuto nessuno in America che non avesse o non conoscesse, qualcuno che non si parlava con un famigliare da almeno vent’anni.

La cultura popolare su come vivere la propria vita, non aiuta.

Una volta noi italiani inorridivamo dei giapponesi, famosi per non andare mai in vacanze; gli americani non sono da meno. Un neo assunto, – e per parecchi anni a venire (con l’esclusione di alcune categorie come gli insegnanti) – ha in media una settimana di vacanza all’anno; mio suocero, a fine carriera in una posizione di prestigio, era arrivato ad averne tre.

La cultura del lavoratore o lavoratrice instancabile, che va al lavoro anche se malato, che torna in ufficio (altrimenti ti licenziano) dopo sei settimane dal parto, che continua a lavorare anche dopo l’età pensionabile è un comune sentire.

La carriera, finalizzata al successo economico, è il grande valore degli americani, è ciò che si aspetta chiunque abbia finito l’Università; provate a chiedere in giro e quasi tutti vi parleranno di quanto gli anni del college siano stati i più belli e selvaggi della loro vita, quasi fosse l’ultimo motto di ribellione e libertà.

La bellezza.

Ah…la bellezza e la grazie dei palazzi, dei parchi, dei viali alberati, delle chiese barocche, delle logge e dei vicoli, del portici e delle cattedrali, delle pasticcerie e dei fiorai, delle camicie cucite a mano e della granita al limone, tutto in Italia protende al bello, seppur inconsciamente, nasciamo con un ideale di bellezza che non esiste in nessun altro posto al mondo.

L’America è una nazione nuova e le città americane (a parte alcune che si salvano grazie ad impronte europee, vedi San Francisco) sono un susseguirsi di negozi uguali agli altri, megastores al neon, blocks di regolarità hitleriana, boulevard chilometrici e distanze impossibili, agglomerati perfetti ed identici nella suburbia senz’anima.

Prendiamo un paese violento per natura, che smette di tenere per mano i propri figli, educato al guadagno e al successo sopra ogni cosa, stretto in quadrati senza incanto, e il passo è breve per ottenere una società infelice alla quale viene sottratto il calore di un abbraccio fraterno.

Se poi sul fuoco buttiamo benzina, permettendo a chiunque di comprare senza grandi restrizioni armi da fuoco come fossero palloncini, allora il danno è completo.

Capire dove andrà a finire questo contradditorio paese è di difficile soluzione, nemmeno Obama – che nei primi quattro anni del suo mandato poco ha potuto fare – sembra avere un’idea precisa.

Quel che è certo che prima di portare “la pace” in altri paesi, bisogna curare le ferite dei propri uomini, cominciando a riconcepire la propria scala di valori.

     

 

   

 

 

   

 

 

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