Il mio grosso grasso ringraziamento americano

Di motivi per ringraziare Dio di essere scampati al primo inverno in un territorio selvaggio – per la cronaca Plymouth, Massachussets – i Padri Pellegrini venuti dall’Inghilterra ne avevano; erano sopravvissuti al duro viaggio sulla Mayflower, al freddo e alla mancanza di cibo e celebravano i frutti del primo raccolto.

Di certo chi aveva poche ragioni per festeggiare erano i nativi americani che con l’arrivo di quei bacchettoni puritani inglesi avrebbero visto da lì a poco l’implacabile sterminio della loro razza.

Cercando di non pensare troppo al funesto destino degli indiani d’America, anche noi intorno al quarto giovedì di novembre ci prepariamo a festeggiare il leggendario Thanksgiving, per noi profani un motivo come un altro per banchettare e perdersi nei fumi soporiferi del tacchino.

Il tacchino, maschio perché più grande, viene rigorosamente ordinato per tempo dal pollivendolo di fiducia, che lo restituisce pronto per lo show pulito e acconciato per le feste; in quei giorni vesto i panni da cinesina nel retro bottega e comincio a tagliare il tagliabile e non passa anno che non ci resti qualche pezzo di falange tra le verdure.

La sfilata culinaria comincia con un antipasto di funghi ripieni d’aglio, crackers e marsala e continua con un must che tradizione vuole, la zuppa di zucca che i commensali negli anni hanno dimostrato di gradire parecchio.

Ma il re della tavola è lui, e io non posso metterci mano, l’uccello di otto chili è dominio esclusivo di Doug; è lui l’uomo che ne cura la presentazione, è lui che fa il ripieno ( albicocche disidratate, salvia, pane raffermo e cipolle) è lui che lo cura come un bambino bisognoso nelle fasi della sua cottura, ed è sempre lui che prepara il gravy, la salsa per condire la carne.

Il giorno del ringraziamento Doug si trasforma in un astuto giocoliere tirando fuori strumenti di ogni forma e bellezza: stantuffi per raccogliere il grasso che cola, termometri dell’ultima generazione, supporti smontabili per volatili.

Quando la bestia, perfetta nella sua mise, fa l’ingresso in sala, la gente applaude, grida e fischia in visibilio.

Il banchetto può avere inizio.

Dire che dopo c’è il purè, qualche green vegetable e l’immancabile apple pie è superfluo perché il re è uno solo, anzi, di solito per accaparrarsi le sue cosce si scatenano violente lotte intestine ma alla fine si trova sempre una mediazione, sarà  per via del vino che scorre copioso sulla tavola.

Gli ospiti intontiti cominciano a riversarsi su divani e poltrone, la nota reazione narcotica del tacchino sta cominciando a fare effetto, ma è solo una pausa di riflessione, perché verso sera, quasi furtivamente, si comincia a stuzzicare un’ala di qua, un petto di là e si finisce sempre per tornare a gozzovigliare allegramente.

Dopo più ore che un turno in fabbrica e un milione di piatti e posate da lavare, quando anche gli ultimi irriducibili hanno levato le tende, io e Doug ci guardiamo stravolti, sorridiamo e parafrasando un vecchio film diciamo: …E anche questo ringraziamento ce lo siamo levati dalle palle!

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