Aspettative nell’era post figli

Gero e Silvia, due amici tedeschi, si stavano divertendo troppo al nostro matrimonio, ma avevano un problema: Anastasia, la figlioletta di due anni, che cominciava a dare segni di stanchezza. La musica era appena cominciata, la gente ballava scalza nel portico dei miei, e loro non volevano tornare a casa. Pensarono allora di fare il consueto giro in macchina per far addormentare la piccola e continuare così la festa. Il piano però non funzionò. Forse la piccola aveva capito dalla premura nei modi o dalle note impazienti della loro conversazione che qualcosa non andava, e non volle addormentarsi in macchina. Gero e Silvia furono costretti a lasciare la festa molto prima di quello che avrebbero desiderato.

Nel 2008, mia sorella mi regalò due biglietti per andare a vedere Bruce Springsteen, mia figlia era nata a fine marzo e la data del concerto era per giugno. Certo, si trattava di pochi mesi dalla nascita, ma avevo dalla mia, una nonna e una zia pronte a fare di tutto pur di concedermi una libera uscita.  Julia, allattata al seno, non si era mai staccata da me e non c’era mai stato bisogno di darle il biberon, ma caspita -cercavo di convincermi -tutti i bambini bevono dalla  tettarella, l’avrebbe fatto anche la mia. In America, le mamme si tirano il latte ogni quattro/cinque ore e lo congelano per darlo ai figli quando loro tornano al lavoro. La mia, l’avrebbe preso per un solo pasto. Qualche giorno prima del concerto, a casa dei miei, con la bottiglia più cara sul mercato, dopo essermi tirata un po’ di latte, diedi la bimba in spalla alla nonna. Non ne volle sapere. Riprovammo qualche giorno più tardi, a quarantott’ore dal concerto. Niente. Le grida di disgusto, rabbia, frustrazione, mi fecero abbandonare la casa in un ultimo, disperato tentativo di far funzionare le cose, iellate dalla mia presenza. Al concerto di Bruce, come è facile intuire, non ci andai; riuscii almeno a rivendere i biglietti a due pischelletti delle superiori. Magra consolazione, per una serata rock’n roll che avevo pregustato da mesi.

Ieri mattina, per la prima volta da settimane, il caldo aveva allentato la morsa. Abbiamo preparato le biciclette e siamo partiti per una gita fuori porta a Bonassola, lungo la vecchia linea ferroviaria. La giornata era splendida, ventosa e con molte nubi, ma limpida come le lacrime di un bambino. Ci siamo fermati in un bar sulla spiaggia che ricordava le case in legno del sud degli Stati Uniti e abbiamo fatto colazione. Rilassati e appagati non avevamo niente di meglio da fare che guardare il mare e gli spruzzi che cominciavano a salire. Le bimbe, vedendo il parco giochi, si sono lanciate su altalene & co. mentre noi, indolenti, seduti sulla panchina, pensavamo a quale splendido modo fosse questo di trascorrere la domenica mattina. Fino a quando, non ho visto la piccola, con uno sguardo stranito negli occhi, tipo “sì, sono io che l’ho ucciso”, le mani protese in avanti e le dita allargate. Camminava disorientata verso la nostra panchina. Solo che nelle mani non c’era sangue, ma cacca. E poi, la conferma nelle terribili parole della più grande: “La Sofia, ha fatto la cacca”. Dal “Grande Gatsby” siamo passati a Torpignattara. Ho tentato, lo confesso, una fuga mentale, sperando che la bambina scomparisse, di essere di colpo a casa, di avere un cambio o per lo meno un pannolino. Le madri frattanto si sono dileguate, e in ogni caso nessuna aveva un pannolino da darmi (strano visto che avevano tutte bimbi più piccoli dei miei…). La grande mi fa segno con la manina di venire, lei almeno è calma. Mi mostra, come fossimo al Moma di N.Y. l’ultima opera della sorellina, che per lei, donna di mondo, è cosa normale. Una bella svirgolata a tre piani sulla parete di legno dove ci si arrampicano. Realizzo che non siamo neanche soci del bagno. Forse chiameranno i vigili e scopriranno che non abbiamo neanche la residenza. Intanto, Sofia è p-i-e-n-a-. Uno sfacelo. Passiamo i prossimi quarantacinque minuti  a contare i danni e fingere che non sia ef-fet-ti-va-men-te cacca quella che stiamo pulendo ma cioc-co-la-to. E intanto la piccola, avendo sbaragliato la concorrenza, gira nuda nel parchetto.

Farsi il film di qualcosa che accadrà o avere aspettative per il futuro su un evento, non è fattibile, non lo era neanche prima di avere figli; a maggior ragione, quando arrivano loro, può diventare rischioso perché è vero che tutto potrebbe effettivamente andare bene,  ma potrebbe altresì seguire una virata verso l’ignoto. Insomma, meglio non fare i conti senza l’oste.

Certo, la vita coi figli, al di là di rinunciare a qualche concerto, weekend lungo o trattamento spa, è un viaggio sulle montagne russe che riserva grandi sorprese per chi è disposto a mollare le briglie dell’organizzazione perfetta.

E’ vero, il giorno che le cose non vanno esattamente come erano state programmate, nel peggiore delle ipotesi, ci verrà da mugugnare tra i denti “ma chi me l’ha fatto fare”…ma volete mettere l’impagabile spunto di poter raccontare di una limpida, praticamente perfetta domenica mattina sporcata da una spruzzata color marrone?  

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