La Bontà dai Bambini

Come regalo alle bimbe dopo un viaggio nelle Repubbliche Baltiche, i nonni hanno portato a casa due magliette. Per Sofia, una t-shirt arancione con un topolino che sullo sfondo di Tallin dice: “Why not?”, e per Julia, la stessa maglietta, ma blu.

Sapevo dal primo momento in cui sono state consegnate le maglie, – assegnate in base alla taglia – che a Julia non sarebbe piaciuto il suo regalo, per via del colore blu.

Julia ha gusti ben definiti, è una bambina di quattro anni dai modi di una di quattordici.

Alla prima visita di controllo a un mese di vita, il pediatra ci disse: “Dovrete essere decisi con questa bambina”. Noi ci guardammo, e capimmo al volo.

Quando è nata, non aveva quello sguardo acquoso, indistinto e spaesato di quasi tutti i neonati, ma ti guardava dritto negli occhi mettendoti a fuoco. Di solito era l’adulto che distoglieva lo sguardo a disagio.

Per questo, e molto altro, sapevo che non sarebbe stato facile convincerla a indossare la maglietta blu.

Se non voleva portarla per uscire, l’avrebbe usata come pigiama.

Ieri sera, al momento di prepararci per il letto, abbiamo messo in scena lo spettacolo “Come convincere subdolamente una bimba di quattro anni a fare qualcosa che non vuole“, usando come comparsa anche la sorellina, che invece non aveva nulla in contrario sul suo regalo.

Con salti mortali, tripli e carpiati in avanti, e una doppia dose di libri, si è decisa – ma con poco entusiasmo – a mettere la maglietta blu.

Nel giro di pochi minuti però, al momento di infilarsi nel letto, ha cominciato a piangere.

Ignorandola per un po’, siamo saliti in camera nostra. Dopo poco, lei grida: “Tanto me la sono tolta”

La logica d’intento era chiara: “Potrei anche toglierla senza che voi lo sappiate, ma preferisco farvi capire chi comanda qui”.

Vado giù, rassegnata a farle cambiare maglia. Non conservo bei ricordi di quando bambina dovevo vestirmi con qualcosa che non mi piaceva e non voglio ripercorrere quella strada con mia figlia.

Entro nella cameretta, lei è ovviamente nuda sotto le lenzuola, e mi sta aspettando.

Ho già in mano l’altro pigiama quando, più forti del pensiero, le parole schizzano dalla mia bocca, quasi a rivendicare l’ultima parola o forse a rendere la mia resa meno eclatante.

“Va bene, adesso ti cambio maglietta, ma sono molto delusa, Julia. La nonna ci rimarrà molto male”.

La sua giovane mente lotta e ragiona. Poi, con la vocina tremula, sconfitta, sussurra, strascicando le parole che pesano come macigni: “Va bene. Me la metto”. Il labbro inferiore si increspa, non piange, solo tanta tristezza; la tristezza di una bimba di quattro anni, infinitamente troppo debole di fronte ai mezzi e alla forza di un adulto.

La mia reazione è immediata, fulminea, sono peggio di un coccodrillo perché non piango neppure.

La rassicuro, confortandola che non c’è problema e che può scegliere il pigiama chepiù le piace.

Faccio per lasciare la stanza, ma ha ancora qualcosa da dirmi, con quel suo tono leggero, zeppo di pensieri e riflesssioni: “Non dirlo alla nonna”.

Manipolare i nostri figli attraverso un ricatto illusorio e capzioso, in modo da ottenere una vittoria e piegare una volontà o per soddisfare un nostro desiderio di potere è moralmente deprecabile.

Imparare dalla sconfinata purezza e bontà dei nostri figli – che pur di evitare un dispiacere a chi amano, sono capaci di rinunciare ad un impulso – dovrebbe essere il compito di ogni genitore.

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