Femminicidio in Italia

Una ragazza di diciassette anni è morta oggi per mano dell’ex fidanzato di sua sorella, anch’essa ferita gravemente durante l’aggressione.

Una diciassettene con gli occhi che brillano, come potrebbe esserlo fra una decina d’anni, la mia figlia più grande.

Una ragazza che tra lo scendere dalla macchina che la riaccompagnava a casa dopo la scuola e il portone d’ingresso, nel tempo di un soffio, ha visto scivolare tra le dita una vita tutta da vivere.

Si parla da tempo – attraverso personaggi famosi che partecipano in prima persona, giornalisti, enti e associazioni locali – della violenza sulle donne o femminicidio, in atto nel nostro paese, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica.

Benché qualsiasi manifestazione volta a suscitare interesse e riflessioni su un tema spinoso e di così vasta proporzione, sia elogiabile, temo che per la portata attuale del problema, auspicare in una trasformazione grazie a misure divulgative, possa essere illusorio.

Bisogna partire da molto prima. Bisogna partire dall’embrione.

Sebbene non si possa e debba in nessun modo generalizzare, quando un feto viene concepito si ha il dovere morale, ancor prima di fornigli sussistenza materiale, di accoglierlo in un ambiente degno di essere vissuto, con l’unica e basilare prerogativa che non deve mancare: quella dell’amore incondizionato derivante da una scelta consapevole. Se la base per questa condizione viene a mancare, decidere di non generare un figlio non voluto, sarebbe la scelta più saggia.

Quando un figlio maschio viene al mondo, c’è una persona che sopra tutti ha la responsabilità morale – verso il figlio – e civile – verso la società in cui presto o tardi proietterà suo figlio – di fornirgli quegli strumenti in grado di scindere tra bene e male, giusto e sbagliato: sua madre.

Attraverso un’educazione all’amore e alla cura delle donne, scaturita dall’esempio prima ancora che dalla predica, instillando nella mente e nell’anima di un giovane uomo, giorno dopo giorno, il valore e l’unicità di ogni creatura che incontrerà sulla via.

Se un uomo ammazza, tortura, violenta, molesta, svilisce una donna, la colpa cade, imprescindibile, anche su sua madre.

Il mondo dell’istruzione deve arrivare là dove la famiglia non è arrivata. Dal primo giorno di scuola, fino all’ultimo anno di scuola superiore, la mente di un giovane uomo è suscettibile ai più aspri tormenti come alle più accese passioni, è un dovere morale e civile di ogni insegnante, guidare prendendo per mano, portare luce ed incanto nelle cavità buie e inaccessibili.

Per tutto il resto, ci deve pensare lo Stato.

Lo Stato deve essere un genitore severo e inequivocabile, la pena commisurata al reato ed immediata.

Le falle di una società civile indegna di essere chiamata tale, devono essere prese in carico da uno Stato giusto, presente e reattivo.

Per farci sperare, nel più breve tempo possibile, di non dover mai più scrivere di una ragazza di diciassette anni, vittima di una vendetta.

 

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