Qualche tempo fa, di ritorno a P., sola con le mie figlie, telefono ad un’amica e la invito a trascorrere qualche ora insieme in giro per la città; la giornata è splendida: ci sono ventotto gradi e il sole regala una delle ultime giornate di fine estate.

“Oh…”. Capisco già dal tono della voce che è in leggero disagio. ” G. (la figlia di sei anni) ha incontrato Matilde e vuole andare al parco”. Traduzione= non posso venire con te.

Il parco, luogo di ritrovo cittadino, probabilmente è la cosa più vicina a un girone dantesco: bambini sudati che scorrazzano urlanti, nonne-vigilantes che piantonano nipoti piagnucolosi, maschi indiavolati che giocano a calcio incuranti dell’arrivo di carrozzine o anziani, fazioni di madri in postazioni strategiche nel tentativo di preservare l’egemonia del territorio.

La mia amica non è un’amante del parco, e mi ha più volte detto di voler cambiare scenario, ma quando sua figlia chiama, lei risponde.

E la risposta è sempre sì.

R. è solo l’ultima delle madri sissignore che ho incontrato negli ultimi anni.

C’era quella che all’uscita dall’asilo – se disattendeva in qualche modo le aspettative di suo figlio – veniva assalita da quest’ultimo e giù botte, calci e pugni.

Poi c’è stata la madre che dopo aver accennato al figlio di non volergli comprare le figurine, lo ha visto rotolarsi in mezzo alla strada in preda a convulsioni da tarantolato. “Va bene, ma solo un pacchetto.” Ha sussurrato laconica.

Infine – ma la lista sarebbe ancora lunga – c’è stata S., che nonostante vivesse in una reggia zeppa di giochi ed divertimenti e fosse impegnata tutti i giorni in attività e impegni mondani (a sette anni era più fashion di Suri Cruise) ha costretto sua madre – con un fine lavorìo mentale per agire sui sensi di colpa – a prenotare le vacanze in un lussuoso villaggio in Sardegna con con tanto di attività mini-club 24 ore su 24 perché altrimenti “si sarebbe annoiata solo coi genitori”.

Sembra che le madri moderne abbiano la tendenza a prostarsi davanti ai propri figli, perdendo – senza rendersene conto – l’ultima parvenza di autorevolezza e rispetto. Educare i propri figli ad essere alle volte scontentati, è un lavoro che richiede un’energia che forse – facendo figli sempre più avanti con l’età – superati i quarant’anni, viene a mancare.

Quello che hanno in comune queste madri è l’assenza della figura paterna; fuori tutto il giorno al lavoro, i mariti sono latitanti nell’educazione dei figli e quando tornano a casa spesso contraddicono quello che le madri hanno già deciso, delegittimandole ancora di più agli occhi dei figli.

Crescere i propri figli dandogliela sempre vinta, rischia di dargli l’illusione di onnipotenza, e al primo, inderogabile no, non avranno gli strumenti per reagire.

E quando verrà il giorno che il piccolo dittatore sarà destituito dal suo trono – perché prima o poi il tonfo arriva per tutti – sarà l’alba di un amaro risveglio.

3 thoughts on “Piccoli dittatori crescono

  1. in effetti in trasmissioni come La tata questi casi erano sempre presenti! 🙂 e alla base c’era sempre qualche problema di comunicazione tra mamma e papà….

    1. ah ah ah … “la tata” è uno dei pochi programmi che mi mancano da quando non ho più a televisione in casa

      1. io non riuscirei senza tv…non saprei come spegnere il cervello 🙂

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