Il far-west italiano e la campagna delle olive

La campagna delle olive in Liguria è rimasta sostanzialmente invariata rispetto a dieci, trenta, cinquant’anni fa. D’accordo, adesso vedi qualcuno che usa lo scuotitore automatico a batteria – un lungo arnese che con quattro denti meccanici scuote i rami e fa cadere le olive, prezzo di mercato cinque-seicento eurini –  mentre i più fighetti (probabilmente qualche foresto che ha comprato un uliveto come passatempo magari in aggiunta ad una vigna nel Chianti) si fanno cucire le reti da aziende specializzate invece di perdere ore con ago e filo. Ma resta sempre il fatto che la campagna delle olive è roba da duri.

Per chi come noi viene da una terra con pendenza del 0%, stare chinati in equilibrio precario su versanti di montagna franati, è praticamente un lavoro da supereroi.

Quando mi sgancio dalla family – pur di spegnere l’inquinamento acustico causato da lamentosi gnegnè anche rischiare la vita nell’uliveto è allettante – vesto i panni di Wonderwoman in missione farmer e sono pronta per affrontare l’operazione in codice: caccia alle uive.

La prima parte della missione – oltre a non scivolare nel fango o cadere giù dai muri a secco ormai precari – è quella di passare sotto le reti, alzandole, in modo da smuovere le olive facendole rotolare in massa giù fino all’ultimo poggio, dove verranno raccolte nei sacchi di juta.

Chinata ad angolo retto scivolo, padrona del fondo, fino a quando anche l’ultima oliva è ruzzolata a valle, e se per caso –  a costo di rallentare  l’incarico – un buco nella rete ne ha fatte scappare alcune, wonderwoman non perdona e accucciata, le raccoglie da terra.

Non sono certa di come una volta impiegassero la prole al seguito i contadini, ma se fossero vissuti in quest’epoca, avrebbero sicuramente utilizzato un computer portatile e tenuto così i figli a bada mentre lavoravano. Comunque sia, è quello che facciamo noi, nei casi più estremi, quando si rende necessaria anche la presenza di Capitan America.

Fortunatamente, sono rari i casi dove tutta la family viene dislocata nei campi.

Il sacco di juta comincia a riempirsi che già comincia il confronto mentale con le scorse campagne. Una volta raccattate dalle reti tutte le olive, si può tornare alla base, ma è necessaria una nuova trasformazione. Quella in donna-mulo.

Il sacco carico deve essere trasportato a spalla lungo il sentiero che porta alla strada, tra insidie e pericoli formati da rami, massi e tronchi d’albero. 

Le poche macchine di stranieri che passano per la strada che va a Monterosso scorgono meravigliati la donna-mulo che arruffata compare dal nulla, leggermente agonizzante, puntualmente grondante.

Per i giorni a venire avverrà con gli altri contadini, uno scambio di informazioni, bollate dal segreto di stato, sull’entità del proprio raccolto, condite da qualche falsa notizia volta al depistaggio.

Al frantoio, il rumore è assordante. Un fumo di consistenza indefinibile si alza dai macchinari lanciati alla massima potenza. Un paio di contadini siedono pazienti guardando il filo d’olio che cola dentro la loro tanica. Presidiano il raccolto ed escludono di abbandonare il presidio.

D’un colpo arriva nel piazzale una Multipla sconosciuta, a bordo i supereroi in borghese, e il corpo dei contadini freme di paura.

Dalla baule della Multipla escono ceste cariche di olive, perfette e senza neanche una foglia, i contadini, fermi da ore, improvvisamente di alzano, fingono di sgranchirsi le gambe e subdoli buttano l’occhio sulla pesa.

Il momento è carico di tensione. Le parti stanno per sfidarsi all’ultimo chilo, sarà solo il capo-sceriffo sistemato nella stanza dei bottoni, l’unico a decretare il risultato finale.

Solo a quel punto, sancito dall’allarme della sirena, il duello per la resa migliore, può iniziare.

In lontananza, sfila un poncho a cavalcioni su un ronzino, e nell’aria risuona evocativa, la musica di Ennio Morricone.

Benvenuti nel far-west italiano.

Leave a Comment