Happy birthday to me

compleanno

I miei primi compleanni risalgono agli inzi degli anni ottanta quando, rinchiuso un numero imprecisato di bambini sui sette anni nel salotto che fungeva anche da mia cameretta (dormivo in un tristissimo divano letto), mio padre ci faceva giocare un rivisitato “gioco del silenzio” dove vinceva chi non parlava e non si muoveva.

Ci chiudeva al buio nel salotto vendendoci questo gioco come “divertentissimo” (in realtà era imparanoiato che quelli di sotto potessero lamentarsi) e noi per qualche minuto riuscivamo anche a seguire le regole, se non che poi qualcuno partiva con un risolino e si scatenava nuovamente la bolgia.

Un decennio più avanti, passai la serata del mio diciottesimo compleanno diversamente da come me l’ero immaginata – cioé circondata da adoranti amici e regali a bizzeffe – ma in cucina a lume di candela con i miei due amici del cuore, mentre i miei guardavano un film sul divano.

Forse quel giorno imparai a distaccarmi dalle aspettative sul proprio compleanno, di certo per molto tempo provai sempre un certo disagio nell’essere la festeggiata da celebrare in una grande tavolata di gente.

Dopo i vent’anni però, quando festeggiare il compleanno voleva dire avere il pretesto perfetto per imbottirsi di alcol, tornai ad apprezzare gli auguri, i messaggi, la deliziosa illusione di sentirsi speciale, anche se per un giorno.

Durante gli anni del lavoro fisso, serio, da dipendente, ebbi poi una folgorazione: mai lavorare il giorno del proprio compleanno, metodo infallibile per garantirsi un duraturo regalo. 

Ma la vera folgorazione arrivò al primo paletto di una certo importanza: i trent’anni.

Ci sono molti che sostengono con una certa fierezza – o fingono di farlo – di non essere colpiti dall’incedere degli anni nel passaggio negli enta; per me invece fu un brutto risveglio che superai abbastanza brillantemente grazie ad un biglietto Milano-Istanbul

La permanenza turca e la con camera vista Moschea Blu, attenuò in parte la fastidiosa consapevolezza che la golden age era agli sgoccioli per lasciare il posto al decennio dedicato a metter su famiglia.

I trentasette anni di oggi dicono poco, quel che importa è tenere a bada – e possibilmente il più lontano possibile – l’altro ben più temibile traguardo, quello degli anta.

Nel frattempo, qualche regalo inaspettato, i soliti auguri su Fb, il calore dei veri amici, un mangiadischi nuovo di zecca per continuare a vivere nell’epoca vintage, sono buoni rimedi per tenere a freno la malinconia.

E se proprio questo non dovesse bastare, due ore al centro benessere sono un rimedio imbattibile per sciogliere le tensioni dello scatto in avanti; in fin dei conti, nessuno mi ama come amo me stessa.

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