L’ipercoop e i gironi danteschi

centro commerciale

Ci sono posti dimenticati da dio ma non dai comuni mortali, posti che rassomigliano ad autentici gironi dantestchi solo più ricchi di luci e finta magnificenza.

Sono i centri commerciali, brulicanti di persone in trance nell’acquistare gli ultimi scampi per il pasto magro del venerdì di Pasqua, le ultime uova di cioccolata Lindt che fra qualche giorno costeranno la metà o la colomba pasquale in scandenza tra qualche settimana.

Inavvertitamente – perché quando si hanno ospiti da gestire di un’altra nazionalità non si bada a sciocchezze come la Pasqua – siamo capitati in un noto centro commerciale della zona, precisamente dentro l’Ipercoop, colpevole – tra le altre cose – di un’illuminazione da ospedale, con quel neon che ti pizzica la pupilla e che sforma in modo grottesco la gente concentrata a spingere carrelli strabordanti schifezze.

Sembravamo tutti dei topolini in ordine sparso, frementi e impazziti dopo mesi di digiuno, attenti ad avanzare di piccoli passi col carrello ingombrante, per poi fermarsi al primo dei mille ingorghi o in fila per pesare le mele fuji.

“327” il codice delle banane. Bip Bip Bip. Lo scontrino esce fuori.

“700” il codice delle zucchine verdi. Bip Bip Bip. Lo scontrino esce fuori.

“Devi mettere la vasca dei totani di fianco a quella dei calamari” Grida ad un altro la voce baritonale in camice verde di fianco a me.

“835” il codice dei broccoli. Niente. “Merda, ho digitato il codice del cavolfiore”.

Spatapumfete. La borsina di plastica si spezza e a modi bomba a grappolo tutte le mele appena pesate finiscono a terra, sotto i cesti del pane, e se non mi sbrigo centinaia di occhi mi sgrideranno, probabilmente con un accento a cui sono poco avvezza.

Mio marito si è perso in un posto indefinito, probabilmente tra la corsia 25 della pasta e la 27 del sale e spezie. Squilla il cellulare. E’ lui.

“Dove sei?”

Sembriamo due genitori che hanno perso i figli, ma non so bene chi dei due sia il bambino.

Poi lo vedo spingere il carrello in uno dei rari spazi senza topolini e saltarci su; e capisco chi è il marmocchio dei due.

Ci sono ragazzini di dodici anni, quelli coi primi baffi e la voce che è un misto tra quella dei Cugini di Campagna e i Sepultura che vengono cazziati dai genitori, c’è lo straniero che controlla tutto con minuzia di particolari e sembra l’unico felice di stare qui, ci sono gli anziani che si scordano il prezzemolo e mollano il carrello davanti alle casse veloci. 

Facciamo tutti parti di una grande tribù alla quale è stata estratta la parte umana, decisi a sopravvivere ad un’altra giornata nel centro commerciale.

3 thoughts on “L’ipercoop e i gironi danteschi

  1. Ah, quanta verità dentro questo post. Sembra che senza i centri commerciali la gente non riesca a sopravvivere. Ma il massimo dello squallore, con tante bellezze che abbiamo in Italia, dalle meraviglie della Natura alle meraviglie dell’Arte e della cultura, è quando sento in giro gente che dice: “Che facciamo domenica?” “Andiamo all’Outlet”. Mi fanno pena e mi vergogno per loro…

    1. Aiuto l’outlet! Quello ancora non l’ho mai sperimentato ma penso di essere un ufo….no, terribile, mio marito all’ipercoop era così sconvolto che invece di prendere i calamari ha preso le seppie e oggi abbiamo passato la mattinata a pulirli dall’inchiostro in vista del pranzo di pasqua!
      Ps auguri anche a te!
      e.

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