Gozzoviglie da primo maggio e brutti risvegli

1 maggio

Sembrava destinato ad essere un fantastico primo maggio, le prerogative c’erano tutte.

Il sole andava e veniva sui poggi della nostra nuova casa, rimessa in ordine per l’arrivo della carovana di amici che avrebbero trascorso la giornata con noi per  il tradizionale barbecue american-style

Le bambine, in compagnia di altri amichetti, sembravano due teenagers poco inclini alla presenza degli adulti, troppo impegnate a spassarsela e ad assaporare la prima ventata di indipendenza.

Il vino scorreva copioso tra i tavolini, G. deliziava i presenti con suadenti melodie alla chiatarra mentre i bambini più piccoli si aggrappavano alle gonne o alle tette delle loro madri.

Giornata bucolica e alcolica, quel tanto che basta per fregarsene se il fumo della grigliata disturberà qualcuno o se i figli hanno mangiato a sufficienza.

Poi tutti al mare. 

C’erano diversi turisti e locali a gustarsi lo schiarirsi del cielo.

Appena i primi temerari (la temperatura dell’acqua non era di molto superiore a quella del primo gennaio) si sono spogliati – mostrando gambe bianchicce e parecchi peli di troppo – tuffandosi in mare, i bambini hanno seguito a ruota.

Nudi o in mutande, hanno iniziato la perpetua danza con il mare e per un paio d’ore, senza accenno alcuno al freddo, si sono rincorsi, insabbiati, abbeverati di quella gioia senza freni che è il primo bagno dopo un lungo inverno.

La serata volgeva al termine, un lieve mal di testa cominciava a ricordarmi che a trentasette anni non puoi mischiare prosecco, chianti, brut e birra pensando di farla franca, e alle nove la casa era avvolta da un quasi totale silenzio. 

Una del mattino.

La piccola arriva nel letto, è una figura spettrale nella luce dei lampioni esterni,   non ho le facoltà psicofisiche per capire quello che vuole, bastano due coccole e se ne va.

Ore 3 del mattino

Blop blop. Prrrrep. Glu glu. Sshhhhh. L’intera gamma di suoni de “L’allegro chirurgo” parte in tromba dalla camera delle bambine, mentre il malato con il naso rosso a intermittenza, farfuglia qualcosa di incomprensibile nel cuore della notte.

Ore 4.30

In dormiveglia perché a trentasette anni non ti riaddormenti in lampo, avverto passi pesanti uniti a un piagnucolio ben noto, che si apprestano a scendere le scalette del letto a castello. La grande. Lei non scende mai di notte, è – come me – inamovibile. Fossimo state sul Titanic ci avrebbero ritrovate ancora a letto sotto le coperte. “Ho mal di testa, ho mal di pancia. Ho il vomito”.

Dopo un walzer di un’oretta tra il nostro letto e il bagno, che faceva presagire un falso allarme dovuto all’entusiasmo del primo maggio, arriva la liberazione, consumata fortunatamente sulla tazza. Via libera, tutto in ordine. 

Lei dorme come un ghiro nel lettone, ha pure le braccia a croce, io, schiacciata tra i due, resto sospesa su un fianco a maledire il Chianti e la tisana al finocchio.

Ore 7.30

“Ahahahahah”

Strano, la piccola non si sveglia mai piangendo.

“Male camminare”.

“Eh?”

La piccola dice che non riesce a camminare. Maledetto primo maggio. Mi alzo, il fantasma sembro io, ho la camicia da notte bianca di cotone di mia nonna e il mio passo resta incerto.

I primi sospetti su un piede informicolato crollano dopo una serie di massaggi senza successo. Penso ad una storta ma la pediatra dice che probabilmente è colpa di un virus che ha colpito le articolazioni. Domani vedremo.

Nel frattempo, io sono da buttare.

Il primo maggio sarà pure la festa, ma il giorno dopo si sgobba il doppio.

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