L’ospite è come il pesce…

l'ospite è come il pesce

Quando torno dal lavoro, la casa è avvolta nel silenzio. Solo i soliti, quotidiani rumori, che nel frastuono di voci e sottofondi stranieri si dimenticano, e ritornano per rassicurare che tutto è come prima.

Non ci sono valigie stipate nei pochi angoli disponibili, e nemmeno spazzolini e dentifrici appoggiati sul lavandino, non c’è l’astuccio delle medicine e i cuscini del divano letto sono tornati in posizione.

La superficie libera sui ripiani non ha cartine di Firenze o orari dei treni per le Cinque Terre, non ci sono anelli o elastici per capelli sparpagliati in giro e questa notte, non dovrò domandarmi a che ora verrà spenta la luce che filtra dal piano di sotto.

Qualsiasi cosa il frigo proporrà, lo mangeremo per cena. E non importerà a nessuno se non ci sarà una presentazione ricercata del piatto, se conterrà allergeni o urterà la sensibilità vegetariana di qualcuno.

Le mie figlie giocheranno da sole, certo. E sarà una liberazione per tutti, anche se a loro, all’inizio non sembrarà così. Non avranno altre bambine a cui far vedere le gabbie dei conigli del nostro vicino e non ci sarà una voce conciliante pronta a leggere una favola da duecento pagine. Sopravviveranno al bagno di umiltà di non essere al centro dell’universo, e nel giro di mezz’ora avranno cominciato a intrattenersi da sole, ognuna al suo posto, tra gorgheggi, risolini e vocine da baby soprano. 

Quando ero al lavoro, mio marito ha pulito l’intera casa, dice che l’ha fatto sentire bene; togliere la sabbia, la terra e le schifezze che un continuo andirivieni inevitabilmente provoca. A ognuno le proprie soddisfazioni.

Ci siamo riappropriati della nostra casa. Almeno per le prossime ventiquattro ore.

Quando la prossima turnata di ospiti, arriverà per sconvolgerci ancora tutti daccapo.

 

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