Insofferenze da affluenza turistica

I miei suoceri vivono in una sonnolenta cittadina sulle rive del lago Michigan e che ogni estate, per circa sei settimane, si trasforma nella vibrante meta dei second-homers, di solito facoltosi villeggianti che lì hanno la loro seconda casa. Anche se il termine casa potrebbe suonare come un eufemismo, visto che per la maggior parte si tratta di gigantesche mansions con cinque o più camere da letto.

La cittadina si ricopre di surfinie, nel porto le barche a vela e gli yacht fanno a gara per chi sosta in prima fila, e i concerti jazz del tramonto allietano i turisti dalle teste bianchissime.

La vita delle persone che ai concerti non andranno mai, che di case ne hanno una da dividere a malapena coi propri figli, e che l’unica scia sull’acqua che lasceranno sarà quella a bordo di un materassino gonfiabile, l’arrivo dei villeggianti è un’eperienza meno che memorabile, quando non fastidiosa.

Nel caso dei miei suoceri, la massima espressione di disagio è rappresentata dal dover aspettare un quarto d’ora, prima che il ponte levatoio che divide la città, si riabbassi dopo aver fatto passare la sfilata di barche che si spostano da una parte all’altra del lago, con conseguente rallentamento del traffico cittadino.

“Beh mai i tuoi sono proprio insofferenti”, predicavo annoiata con sostenuta superiorità ogni estate che mi trovavo ospite dei miei suoceri. “Sono soli per unici mesi all’anno e qundo c’è un po’ di movimento, sclerano subito”, continuavo sulla scia evangelizzatrice.

Levanto non è molto diversa dal pigro paesino del Michigan, l’inverno non è così desolato e per fortuna la neve non avvolge ogni cosa per cinque mesi di seguito, ma per il resto le somiglianze sono notevoli.

Credo che il punto di non ritorno – di chi non vive per e grazie al turismo estivo – sia avvenuto quando questa mattina mi ci sono voluti dieci minuti per trovare un buco nel parcheggio davanti al supermercato.

Tuttavia, c’erano state numerose avvisaglie anche nei giorni precedenti.

Ad esempio, quando accampati di fianco allo stabilimento privato più chic della baia (rigorosamente divisi da una cordicina che sardonica rimarcava tacitamente VOI e NOI), stazionando nell’area di sbocco di un canale fetido – lasciata ai poveracci della spiaggia pubblica – sento la signorotta della grande città divulgare il verbo MYSKY ed elargire sermoni sulla tv satellitare ai compari spaparacchiati sulle sdraio da trenta euro al giorno.

Ma forse lo spettacolo più osceno si è svolto quando ho girato il mio sguardo e disgraziatamente ho incontrato il bikini striminzito (ho smesso io stessa di girare in triangolini ridotti da quando più che a una donna attraente assomigliavo ad un arrosto stiracchiato dentro la rete) di un’ultra settantenne che noncurante della pelle abbrustolita sballonzolante da tutte le parti, sfoggiava senza ritegno la sua figura incartapecorita e mercanteggiava con il venditore africano.

Dopo l’affare appena concluso, la signora è tornata alla sua originaria posizione – con tanto di occhialino di plastica – e con gamba mollemente aperta, ha orripilato chiunque passasse da quelle parti.

Si racconta di bambini che urlanti scappavano terrorizzati…

Non so, sarà stata la macchna tedesca parcheggiata nel posto dei residenti, o le file interminabili in gelateria, o il generale scazzo di tutti i negozianti che ha fatto proferire anche a me, l’inconfutabile “ma quando se ne vanno questi?”.

E d’improvviso, si scopre quanto sia facile diventare esattamente come quelli che si era spergiurato di non diventare mai.

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