Una vacanza iellata

Fantozzi in macchina

Questo post ha il proposito di essere come quelle pubblicità sociali che vogliono far sentire i telespettatori un po’ più fortunati, raccontando in sostanza, le altrui disgrazie.

Orbene, se si vuole iniziare, s’ha da farlo dallo scorso lunedì quando in una notte buia e tempestosa…

Non era esattamente una notte con tuoni e lampi ma una mattina fredda e soleggiata di fine novembre quando, i nostri speranzosi vacanzieri, si apprestavano a salire in sella alla Multipla – zeppa come sempre di cibarie e attrattive da rifugio antiatomico – per passare il Monte Bianco e sbarcare per qualche giorno dai cugini francesi prima e dai vicini svizzeri dopo.

Un viaggio non è un viaggio senza una spruzzatina di vomito da parte della primogenita, ma è risaputo che riuscire a superare indenni i diabolici tornanti alle spalle di Genova è già praticamente un miracolo.

Varcato il confine l’aria gelida ci ha tramortito in piena faccia, instupiditi dal vento del lago alpino, siamo scesi ad Annecy e nonostante l’attrezzatura da Artico, le bambine vagavano per le strade deserte con naso porpora e una sola, reiterata richiesta: “quando arriviamo in albergo?”

Il freddo che sentivo, frastornante e penetrante, non era solo il segno che rivieraschi d’adozione avevamo dimenticato il ricordo di inverni rigidi, ma che un devastante raffreddore misto a influenza bussava alla mia porta.

Arrivata in albergo mi sono spenta.

Per quindici ore sono rimasta supina, praticamente inamovibile, mentre mio marito, dentro e fuori dall’albergo, adempiva alle richieste delle bimbe e della moribonda. Unica eccezione all’assoluto riposo, quando il badante americano arrivava carico di doni ai quali, evidentemente, il mio fisico non sapeva rifiutare: crepes alla nutella, pizza e focacce, pain au chocolat e croissant.

Il giorno dopo, con la gola in fiamme, ci siamo avviati verso la tappa successiva: Digione, altra città fantasma avvolta da una temperatura a zero gradi.

Viaggiare è formativo perchè spesso ci ricorda quanto povera possa apparire la nostra cultura d’origine, eppure alle volte è un utile promemoria di quanto, nell’era della globalizzazione, si sia diventati un po’ tutti uguali.

La televisione francese è tristemente patetica quanto quella italiana, i negozi aprono tardi al mattino nel paese di seimila abitanti dove viviamo ma anche in una città da duecentocinquatamila abitanti come Digione. E la segnaletica stradale non è ridicolmente oscura solo in Italia, ma anche oltrefrontiera.

Insomma, tutto il mondo è paese!

A parte che in Francia c’è il rischio maggiore di incontrare qualche stronzo in più, come la receptionist dell’albergo, che dopo averle chiesto dell’acqua bollente mi ha risposto: “Sono stata già gentile con voi prima dandovi il tè, ora state esagerando. Noi non siamo un bar”.

E alla fine da Digione, dopo la quintessenza della francesità, pestando una cacca di cane per strada, siamo partiti per far tappa a Besancon, prima di riposarci a casa di alcuni amici svizzeri.

Ma l’idea di visitare Besancon è morta sul nascere una volta scesi dalla macchina: negozi chiusi, musei chiusi, orologio astromico chiuso, casa natale di Hugo chiusa, e il solito grado centigrado.

L’abbiamo buttata sulla grassa cucina francese. E in piena digestione, adieu France.

La parentesi di ventiquattro ore svizzere (che in realtà dovevano essere settantadue) merita un capitolo a parte, a tempo debito, perchè racchiude delle perle che potrebbero finire per perdersi in questo capitolo in salsa francese.

Direi solo che la mattina del quarto giorno, quando finalmente cominciavo a sentirmi meglio e le miei tonsille non erano più della grandezza di palle da tennis, mio marito s’è alzato con la febbre.

Arriva un punto in ogni vacanza (a me per lo meno è capitato altre volte) dove ci si deve fare la cortesia di dire “è ora di tornare” perchè continuando, si incorre nell’esacerbare una situazione già compromessa.

Con le bimbe dietro ormai un tutt’uno col sedile e al loro attivo più di mille chilometri macinati, abbiamo lasciato la Svizzera giurando solennemente, come un mantra: “la prossima vacanza in inverno, Caraibi tutta la vita”.

E con un cadavere al posto del morto, ho portato la famiglia a casa, zigzagando fin meglio che con la Play station nel terrificante traffico di Milano e sulla mortale Serravalle Scrivia.

Dopo sei ore, Alonsa, ha superato il cartello “Levanto”, quasi nel momento in cui suo marito cominciava la prima di una lunga serie di ‘cannonate’.

Per cui, se siete in vacanza e la bambina ha la febbre, se avete prenotato quel museo che da tempo volevate vedere e poi non se ne fa nulla, se all’improvviso qualche cataclisma s’abbatte sulla vostra famiglia facendovi cambiare programmma…niente paura!

C’è sempre qualcuno, dall’altra parte del mondo, vicino o lontano, più sfigato di voi.

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