La mia città

Quanta strada ha fatto la mia città.

Quante cose sono cambiate in vent’anni. Torno qui e mi sento una forestiera.

Non sono solo i centri commerciali spuntati come funghi, le catene di abbigliamento con modelle magrissime, le grandi librerie al posto dei piccoli librai, i multisala al posto del cinema sotto casa, le rotonde a ogni incrocio o i nuovi quartieri nelle periferie dai palazzi uguali gli uni agli altri.

E’ un’atmosfera che non riconosco più.

Nei mall della via Emilia o lungo Via Cavour – dove d’inverno a diciassette anni mi gelavo il culo facendo la vasca, con la speranza di vedere anche solo per un secondo, quel ragazzo della 5^ B – adesso ragazzini bianchi e neri occupano le panchine credendo, come molti prima di loro, di poter spaccare il mondo.

I neri, cultura hip hop alla mano, avanzano con scarpe da ginnastica coloratissime, jeans sotto il sedere, cappellini da rapper e occhiali con la montatura spessa. Sono neri come l’ebano e parlano il parmigiano, mentre le ragazzine se li stringono, sbaciucchiandoli.

Quanto avrei voluto, a quell’età, respirare un motivetto diverso dal solito dialetto e dalle cadenze famigliari, immutate da generazioni.

Vent’anni fa gli unici stranieri erano i cinesi dei primi ristoranti, quelli con il tavolo girevole che sembrava di stare a Disneyland per noi padani cresciuti a pane e salame. E l’unico nero era Abram, il senegalese che stazionava tra il Duomo e Piazza Garibaldi vendendo accendini.

Per noi, la multicultura si fermava lì.

Ora arabo, hindi, wolof, inglese e francese d’Africa si fondono e confondono per le strade polverose, in una sarabanda da suk.

La città fagocitante coi suoi rumori, imprecazioni, fumi e disperazione, resta un puntino all’orizzonte immerso in una nube marrone, mentre la Multipla sfreccia verso ovest.

Si torna a casa, meravigliosa destinazione ma con un unico tono di colore.

 

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