Il circo in casa part 2

Giocolieri, funamboli, acrobati. Tutti riuniti sotto il tendone di casa mia.  Letteralmente.

Cronaca rocambolesca della giornata di ieri…

Scarico bimbe al volo all’asilo. Alle nove meno un quarto dobbiamo incontrare il gruppo di ragazze che andrà in gita in barca a vela perché bisogna mantenere alta la convinzione che lo studio all’estero sia studiare, actually.

Arriva un tender piccolo piccolo e comincia a caricare le ragazze che grandi grandi si ammassano per raggiungere la barca ancorata al centro della baia.

Io e mio marito ci dividiamo. Lui va a caricare trenta chili di tastiera –  richiesta dalla professoressa durante il suo soggiorno – e che da domani tornerà nell’associazione che ce l’ha affittata.

Io vado in comune con il piccolo per varie commissioni.  Sulla via di ritorno, già ad una temperatura di trenta gradi, mi fermo ad ordinare due teglie di focaccia. Abbiamo avuto la malsana idea di invitare il gruppo di studentesse per un ultimo saluto a casa nostra.

Sosta alla cooperativa agricoltori per comprare dieci litri di vino sfuso perchè non si sa mai che – come diceva mio nonno – facciano la fine della Manon…

Ore 11

Azzardo un pilates d’emblée. Mi avvio in bicicletta in città e un’ora e quindici minuti dopo, risalgo a valle sotto il solleone.

Mio marito nel frattempo è già andato a far incetta di salame, pane, pomodori per bruschette e peanuts per quel certo sapore di casa mia.  E poi se ne va. Ha appuntamento per un caffé sulla barca a vela, lo skipper è mio cugino. Quando si dice ‘nepotismo’.

Il piccolo dorme e ne approfitto per rispondere a un paio di email, anche se quel che avrei dovuto fare è finire di leggere Moll Flanders.

Alle tre e mezza ritiro le bambine all’asilo e i due prof con prole al seguito, sono stati precettati per darci una mano con l’aperitivo. Ci strizziamo in sette sulla Multipla, mal che vada, il carabiniere che di solito si apposta alla rotonda abita di fronte a casa mia.

Da qui in poi non saprei se passano tre minuti o tre ore.

Con forno a 180 gradi, si comincia a tostare ottanta bruschette, affettare salame e tagliare sessanta pezzi di focaccia. Nel mentre, Doug scopre che le bottiglie di vino bianco appena imbottigliato stanno scoppiando motu proprio, nel sottoscala dove pensavamo fossero al riparo dal caldo. O le butto via, o nel giro di quarantotto ore dovrò berle tutte. Credo che – per il benessere di mio figlio – dovrò optare per la prima soluzione.

Le ragazze sono puntualissime, dopo mezz’ora di cammino.

Giusto il tempo di accogliere le prime che Doug mi saluta con “porto questa ragazza al pronto soccorso. Ha un eritema che non la fa stare tranquilla”.

Così. Sola. Il bimbo sudatissimo in braccio che piange, quattro bambini che scorrazzano come dervisci, e un aperitivo con trenta persone da gestire.

Inspiro. Espiro. Inspiro. Espiro.

Le ragazze, nonostante manchi ancora qualcuno, si avventano sul buffet e cominciano a spazzolare tipo Desert-Storm finché ne resterà solo una, di bruschetta.

Mentre abbandono temporaneamente la festa per tentare di mettere a letto – con scarso successo – il piccolo, mia figlia mi urla dalla finestra che il cancello si è chiuso e non si può più aprire. Ora per andare in giardino bisogna scavalcare.

Ho una crisi di nervi. Mi chiudo in bagno – senza chiave – e chiamo mio marito sussurrando tipo Linda Blair con voce strizzata e un timbro decisamente stridulo.

Alle sette è di ritorno con la ragazza che ora si sente decisamente più tranquilla.

Verso le otto il gruppo comincia a defilarsi, ma prima vogliono tutte fare una foto con me. Questa è l’ultima volta che le vedrò, solo mio marito le accompagnerà a Perugia e Pisa.

Selfie che volano come se piovesse e io, sempre più traslucida, con sorriso leggermente schizoide.

Alle nove, gli ultimi se ne vanno. Fuori è un macello, le bambine hanno fame e il piccolo pure.

Quando il silenzio sembra regnare, la suoneria brasileira attacca il suo show. E’ il cellulare di mio marito.

Un gruppo di ragazze ha scordato le chiavi dentro l’appartamento e non riescono ad entrare. Bisogna portargliene un mazzo.

Ecco, su quel treno per Roma, stamattina abbiamo fatto in modo che salissero tutti. Ma proprio tutti.

 

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