Alla ricerca di un abito da testimone

All’inizio dovevo partorire e tutto quello che sarebbe venuto dopo, poteva attendere.

Poi si è trattato di tornare a casa e riprendere il tran tran con il newborn.

Dopo erano i chili della gravidanza da dover essere smaltiti prima di poter prendere qualsiasi tipo di decisione in merito.

Ho cominciato svogliatamente guardando i siti online che vendevano abiti di marca da comprare a scatola chiusa.

Quando gli ultimi etti sono stati smaltiti e la bilancia decretava che senza una dieta ferrea non si sarebbe schiodata da quel numero, è arrivato il momento di considerare seriamente il vestito che avrei indossato per il matrimonio di mia sorella.

Eravamo a quel punto a quattro giorni prima del matrimonio. Cioè ieri.

Sono salita sul “bolide”  – la cinquecento di mia madre – e ho affrontato l’impresa.

Da quando anni fa, una commessa all’uscita del camerino, mi ha inveito contro perché portavo una mutanda ascellare, comprare vestiti è un’opera titanica che non mi dà il minimo piacere.

Non mi piace che un’altra donna, sconosciuta e generalmente più magra di me, guardi il mio fisico (al mio occhio altamente imperfetto) e giudichi come mi stia un abito, fingendo magari che mi vada bene quando invece  mi sta da cani.

Non mi piace quando entro nel negozio e tutte le commesse inattive aspettano la mia uscita trionfale, perchè è esattamente in quel momento che comincio a sudare copiosamente e mi trasformo nella donna più sgraziata del pianeta.

Non mi piace che un momento intimo come lo è per una donna guardarsi allo specchio, diventi un tavolo di discussione collettivo.

Non mi piace perché quasi sempre la mia biancheria non è per niente femminile ma piuttosto un mix tra nonna Abelarda e Bridget Jones.

Non mi piace perchè attraverso quegli specchi con luci al neon, non compare miracolosamente il fisico di Gisele Bundchen ma solo quello di una donna di trentotto anni che ha appena partorio.

Tuttavia, quattro giorni fa, giocando in anticipo le mie carte, dopo aver provato una serie di abiti in stile anni sessanta che richiedevano fianchi decisamente più stretti dei miei, all’ultimo vestito è uscita dal camerino una donna che stava piuttosto bene in una tunica beige sopra al ginocchio.

Quindi, invece di guardarmi in giro ed entrare in altri negozi – come avrebbe fatto qualsiasi persona di buon senso alla ricerca di un vestito importante – mi sono limitata a spiare dalla strada le facce delle altre commesse, rischiando di passare per una psico-stalker.

Nessuna mi ispirava. Avevano tutte l’aria di quelle che avrebbero criticato l’elastico della mutanda o il reggiseno da allattamento. Sarebbero state sicuramente quelle senza una goccia di sudore e la manicure curatissima.

Il giorno dopo quindi sono tornata dalla mia commessa simpaticissima e ho comprato il vestito.

Onore alla commessa. Che guarda caso, era ligure.

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