Stessa spiaggia, stesso mare

 

Ancor prima che nascesse il piccolo, avevo proclamato: “Quest’anno, basta spiaggia pubblica da plebei. Basta alle lotte per un fazzoletto di terra, all’ombrellone che vola via alla prima folata di vento, alle carica da mulo con palette, secchielli, materassini e sdraietta Peg Perego. Quest’anno arriverò con l’occhiale fasciante, con una borsa semivuota e uno stuolo di servitori pronti a stendermi il telo e spalmarmi la crema.  Lascerò in cabina il coccodrillo gonfiabile, le formine dell’alfabeto (tutte  e ventisei) e almeno tre cambi di costume per ogni membro della famiglia.”

Poi ho iniziato a chiedere  in giro preventivi.

E ho cominciato a sentirmi come quando vai a mangiare per la prima volta al ristorante macrobiotico. Appena ordinato ti sembra un’idea grandiosa, ma col passare del tempo – e delle portate – sei sicuro che non ci metterai mai più piede, e conti i minuti che ti separano dal kebab più vicino.

Tutto è crollato quando mi sono imbucata per due giorni in uno stabilimento privato.

L’atmosfera ha da subito qualcosa di sinistro.

La gente sulle sedie a sdraio è molto seria, legge Libero e il Sole 24 ore, non hanno animali gonfiabili e i loro bambini se ne stanno nascosti e silenziosi dietro l’ombrellone.

Si conoscono tutti. Ovvio. Si vedono tutti i giorni  alla stessa ora da decenni – i loro genitori si spaparanzavano nella stessa fila quando loro erano bambini – e come ogni estate si sparlano non appena il primo lascia la postazione per rinfrescarsi. 

Guai chiedere al bagnino un lettino in riva al mare; quelli vengono dati solo ai soci onorari che vantano una tessera stagionale da almeno otto generazioni.  I plebei dell’ultima ora, possono stazionare al massimo (per la modica cifra di trenta euro al giorno) nell’ombrellone duecentonovantanovebis in ultima fila, così che quando raggiungono finalmente il mare, potranno affettare direttamente la pianta dei piedi e aggiungerla ai fagioli.

E poi si fanno incontri inquietanti.

La signora è di quelle con la pelle di carta vetrata. E’ in piedi e regge in mano la Settimana Enigmistica, sta facendo il Ghilardi o il Bartezzaghi. E’ magrissima e nerissima. E soprattutto, vecchissima. La schiena girata al sole, il reggiseno sganciato, sostiene con le mani la parte davanti. Vuole l’abbronzatura perfetta senza il segno del costume, anche se per ottenerla, assume una posizione da Bronza di Riace rinsecchito. Non voglio sapere se è una patita della tintarella da campioni, se ogni sera ancheggia in baby doll per qualche vicino guardone o ha un marito esigente.  La sua immagine mi accompagnerà per molte notti, lo so già.

Le sue compagne di lettino fronte mare fumano sigarette al mentolo e fanno tirare fuori tutto il campionario ai venditori di ciarmpame, anche i pezzi stipati nei loro zaini a tracolla. E sono capaci di contrattare senza sosta per uno sconto di due euro e mezzo.

Sapore di Mare ha fatto la storia del cinema italiano.

Ma la stessa spiaggia e lo stesso mare beccatevela voi.

 

Leave a Comment