Quelli che…è meglio stare a casa

 

Scarico mio marito in stazione con un gruppo di clienti. Sono le nove e dieci. Forse sono ancora in tempo per parcheggiare sul lungomare. It’s now or never. Dopo le dieci è infatti praticamente impossibile trovare un buco, neanche avessi un’Ape Piaggio. Raccolgo i miei sulla strada e mi infilo con prole e nonni sul corso principale. Ci sono ancora quattro o cinque posti liberi, non di più. E i guidatori sudati già bestemmiano nell’attesa. Il mare è mosso. Stuoli di surfisti arruffati e trasandati si cambiano per strada offrendo scorci di sé non proprio alla Patrick Swayze. Della già ridottissima spiaggia pubblica ora ne resta un quarto, già occupato.  Senza consulto con gli altri membri dell’allegra brigata, mi avvio verso la “spiaggia pubblica attrezzata”, un modo tutto italiano per chiamare uno stabilimento privato insediatosi in quella che prima era ad uso di tutti, gratis.

Ci vuole un dieci minuti per capire che sei persone, una sdraietta, palette e secchielli non staranno nel metro quadrato occupato da un ombrellone e due lettini. Ce ne vuole almeno il doppio, ma infine, dopo molte trattative su chi si siede dove,  ci piazziamo.

Nei quarantacinque secondi che resto sdraiata sul lettino – un lusso che non ricordavo più – gongolo nel contemplare la baia, lo scroscio delle onde sui ciottoli, e il vapore che risale dal mare. Non male. Con l’ausilio dei nonni, ho intenzione di stare in quella posizione per almeno due ore. Peccato che ho dimenticato il libro a casa. Magari prenderò un crodino più tardi. Dolci pensieri che vengono interrotti da un “homaldipanciadevovomitare”. Che mi fa scendere d’un tratto di almeno sette metri sul pianeta mamma nerd.  La sorella ha appena avuto il virus, io pure, la mia vocina interiore, quel bastardo di un uccello iettatore, gracchia felice: “credevi davvero che anche lei la scampasse? ILLUSA!” La sua voce è una staffilata.

Il mio soggiorno nello stabilimento cattivo, quello che ha rubato la spiaggia pubblica, ma che a me, oggi, piaceva tantissimo, è finito.

Una fila di macchine attende impaziente il mio assestamento in macchina per occupare il posto auto; incrocio una colonna di vacanzieri che spera ancora di trovare posto vicono alla spiaggia.

Cinque minuti e sono a casa.

Osservo fuori dalla finestra gli olivi metallici che ancheggiano al vento. “It’s a glorious day”. Direbbe mia suocera.

Non basterà il ticchettìo sui tasti a farmelo passare.

 

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