Arrivederci Bis

Mio nonno è morto un giovedì di maggio, una di quelle mattine in cui il sole era già caldo nel cielo.

Quando è rimasto vedovo, invece di cercare compagnia nelle agenzie per cuori solitari, ha fatto le valigie e ha preso il suo primo aereo. Erano quaranta anni che voleva fare quel viaggio: Australia.

Arzillo ha ballato tutta la sera con le invitate più giovani  al nostro matrimonio, con indosso l’immancabile cappello australiano alla Crocodile Dundee.

Veniva da una famiglia di calciatori, a quei tempi o facevi il prete o giocavi a calcio, e come i suoi fratelli anche lui ha vissuto correndo dietro a un pallone; tutta la sua vita ha ruotato intorno al calcio.

Veneto, dalla bestemmia facile e amante del vin, di notte quando mia nonna già dormiva lo sentivi aprire silenzioso il frigorifero e cercare un pezzo di formaggio accompagnato da un goccio di Lambrusco, bevuto a collo prima di infilarsi a letto.

Burbero dal cuore tenero, poco avvezzo alle manifestazioni d’affetto, si commuoveva nel vedere i ciclisti passare al giro d’Italia o dopo un sorriso di Julia; quando sentivi che si soffiava il naso era perché qualcosa l’aveva emozionato.

Raccontava spesso della vacanza che avevamo fatto tutti insieme a Formentera, nella villa rustica di due hippie inglesi in cui dormiva su uno spartano letto in muratura e andava in giro in scooter con Douglas.

In una cena servita da camerieri in divisa, una sera d’estate in America, tirò giù i pantaloni per far vedere la puntura d’ape su una chiappa, a un gruppo di divertite signore borghesi che non credevano ai loro occhi.

Aveva la semplice saggezza dei nostri vecchi. Quando qualche anno fa, dopo la nascita di Julia, avevo avuto pensieri tristi e malinconici, lui mi ha guardato e con quel suo accento veneto mai perso mi ha detto, scandendo bene il mio nome: “Ma Erica…proprio tu pensi alla morte? Cosa dovrei fare io? E invece io non ci penso proprio.”

Era vero. Dopo essersi ammalato, continuava a pensare alle cose che avrebbe fatto o alla prossima vacanza che avremmo organizzato.

In un mattino di maggio Bis ha smesso di respirare, ma non è stato il suo cuore a tradirlo.

In realtà se n’era andato già da tempo, dal giorno in cui non si è più alzato da letto.

Da quando la vita non era più quella che avrebbe voluto per sé.

C’è chi dice che la vita va difesa sempre e comunque. Ma quale vita?

Vivere è camminare, mangiarsi un piatto di spaghetti, muoversi, parlare, bere; essere immobili per cinque mesi non è vivere.

Sopravvivere, semmai.

Non basta il solo funzionamento degli organi vitali per chiamarla vita.

In questo caldo venerdì di maggio, ti hanno vestito e ingiacchettato, ma tu sei già partito.

Vorrei pensarti con in mano un bicchiere di vino, davanti a un piatto di funghi che con la tua risata grassa mi dici: “Ma Erica, non piangere, qui si sta bene!”

2 thoughts on “Arrivederci Bis

  1. Grande Armando, ti ricorderò sempre per la tua gioia di vivere.
    Un abbraccio.

  2. Soncia

    ciao Marmaduk..goditela piu di noi, ti raccomando 😉

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