C’è ancora speranza

 

 

Mussolini sosteneva che gli Italiani sono un gregge di pecore che vanno dove il padrone, col bastone, le porta.

Churchill diceva che gli Italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre.

In entrambi i casi, l’immagine che ne emerge è tutto fuorché lusinghiera.

Rassegnata e passiva come buona parte dei miei connazionali, nella perenne convinzione che mai nulla potrà cambiare, pedalavo mesta verso il seggio con prole al seguito, nell’ennesimo sforzo di compiere il mio dovere.

In moltissimi credevano che fosse uno dei tanti casi di sperpero di denaro pubblico per finanziare un’attività inutile; tanto il quorum, dicevano, non si sarebbe raggiunto.

Ma gli uccelli del malaugurio, stavolta,  si sbagliavano.

C’è ancora speranza per noi Italiani.

Non ci hanno bollito il cervello in modo irreversibile.

Non che non ci avessero provato, sia chiaro.

Telegiornali che sbagliavano date del referendum, oscuramento di Presidenti della Repubblica che andavano a votare, Ministri che offrivano dati non ancora confermati nella speranza di bloccare qualche votante.

Insomma, fino alla fine, il gioco era stato parecchio sporco.

Ma stavolta si sono fatti male loro.

Radiazioni omaggio di nucleare, andate a farle a Fukushima se proprio volete, sulla nostra acqua per il momento non ci guadagna nessun furbetto del quartierino, e anche se sei Cristo sceso in terra, alzi le chiappe e ti presenti in aula al tuo processo penale.

Detto questo, le scene di giubilo viste dopo il voto mi risultano un po’ indigeste.

Uomini di partito, non siete voi che avete vinto.

Chi ha vinto è il cittadino che, secondo coscienza e in autonomia intellettuale, ha deciso in prima persona di influire, attraverso uno strumento di grande forza popolare, sulla vita civile del proprio paese.

Teniamoci caro questo traguardo, senza mai scordare che siamo solo all’inizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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