Il primo giorno di autunno è arrivato anche qui, sulle verdi vallate liguri. Non che lo aspettassi con grande desiderio ma dopo cinque settimane di sole, ero curiosa di vivere il binomio mare-maltempo. Se davvero il mare d’inverno corrisponde alla visione malinconica che Ruggeri ha descritto così bene.

Il cielo è grigio al mare come lo è in pianura, la pioggia bagna ugualmente tutto ciò che incontra e l’aria è avvolta da una patina uggiosa; la diversità sta nel vento caldo proveniente da sud-ovest. Il Libeccio porta con sé mare mosso e grandi onde, e nonostante le nuvole bigie che coprono la vallata, il mare ridona vita a questo cupo giorno di autunno.

Il mare regala anche meravigliose storie fatte da quella gente che molti chiamano ruvida.

La vera passione del macellaio in paese non è la carne, ma pescare pesci enormi con gli amici nelle acque del golfo e il successo delle sue spedizioni è ampiamente testimoniato dalle foto appese alle pareti del suo negozio. Quando parla delle sue imprese una punta di orgoglio sfugge dai suoi occhi vispi, e anche il figlio rende omaggio ai suoi trionfi.

L’impresa evidentemente non è impresa da poco. La pesca a ‘palamito’ richiede dieci ore in mare aperto, una volta raggiunta la posizione a bordo della barca di legno si cala un piombo di circa sette chili a trecento metri di profondità. Attaccato al piombo c’è una lenza lunga duecento metri, appesi alla quale, ami con sarde usate da esche. Se il pesce è grande, i pescatori lo capiscono da subito, altrimenti dopo un certo periodo di tempo, cominciano a tirare su il piombo con un mulinello. Una volta rialzato il piombo, è la volta di recuperare i pesci arpionati lungo i duecento metri di lenza.

E questo è un affare alla Hemingway perché i pesci vengono tirati su a mano.

Questa non è l’unica storia di mare e pesca che ho ascoltato in queste prime giornate liguri.

Tom, un antropologo americano scappato in Alaska e poi approdato sui ben diversi monti svizzeri per amore, ha pescato per quindici anni salmoni, granchi, aringhe e molto altro nello stretto di Bering sui barconi da pesca commerciale.

E’ uno dei lavori più pericolosi del mondo, dove i guadagni – per tre mesi di lavoro senza sosta – sono esorbitanti quanto i rischi. L’equipaggio vive insieme ventiquattro ore al giorno in condizioni estreme, sottoposti a freddo, vento e condizioni meteorologiche imprevedibili, a ritmi di lavoro altissimi perché quando ci si imbatte in un banco di pesci non c’è tempo di fermarsi. Si dice che per sostenere questi turni massacranti, i pescatori utilizzino molta la cocaina.

Per molti aspetti sembra un lavoro creato dal demonio, ma a Tom – adesso intrappolato nella più ortodossa professione di manager aziendale a Zurigo – il mare manca.

Per molti è un richiamo che arriva da lontano, per altri il legittimo diritto di nascita, io, arrivata dalla pianura, sento di non poter più tornare indietro.

Quando guardo le onde rumorose schiantarsi sugli scogli e annuso l’aria salata che mi graffia la faccia, spero immensamente di appartenere anch’io, un giorno, a questa gente di mare.

 

One thought on “Gente di mare

  1. “E il mare concederà ad ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni.”
    Cristoforo Colombo

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